Provocazioni missionarie

CHE IL VINO
         NON DIVENTI ACQUA!

di Elisa Kidanè*

 

Riflessioni proposte ai missionari nel Convegno di Ariccia/Roma (4-8 febbraio), utili anche a chi ha a cuore una chiesa diversa, più missionaria.

 

L’invito proposto al Convegno di Bellaria (1998) fu di «aprire il libro della missione». E fin qui, niente di speciale: possiamo aprirlo e lasciarlo sulle nostre scrivanie. Occorre, invece, leggere e lasciarci mettere in discussione. Aprire il libro richiede movimento, gesti dinamici per passare dal «fare» all'«essere» missione.

Come tutti i libri, anche quello della missione ha una premessa, dei capitoli e un epilogo. Ma non ci deve essere la parola «fine».

 Una premessa:

è la chiamata dei dodici da parte di Gesù, che li scelse per averli con sé e mandarli poi a predicare due a due. Leggeri nell’«equipaggio», non avrebbero dovuto essere maestri di retorica, ma persone dal linguaggio schietto, astuti e docili; insomma, non semplicioni e neppure saccenti, capaci invece di coniugare amore e giustizia.

Li avvertì che non sempre avrebbero trovato dove posare il capo; anzi, sarebbero stati odiati a causa sua. E, compiuta la missione, niente gloria, ma solo e semplicemente essere considerati «servi inutili».

Unico segno di potenza: la croce!

 All’origine

di ogni vocazione, c'è sempre l'iniziativa di Cristo e la risposta della persona chiamata. Lo scopo della scelta è duplice: condividere la sua vita e continuarne la missione di incarnazione, annuncio e testimonianza. Questo aspetto della chiamata è essenziale, per non dimenticare le nostre origini e correre il rischio di invertire i ruoli, sentendoci datori di lavoro, importanti, onnipresenti, indispensabili!

Vogliamo costruire il Regno... e non abbiamo tempo di stare con Lui, dimenticandoci di un piccolo particolare: che il Regno è già iniziato! A noi tocca annunciarlo, scoprirlo e farlo conoscere. Il Regno c'è; non siamo noi che lo inventiamo; ma spesso assumiamo atteggiamenti da «architetti».

Si annuncia quello che si ha dentro, l'esperienza personale. Questo  ci insegna la missione, ed è quanto le nostre chiese madri si attendono da noi. La chiesa italiana chiede ai missionari spirito apostolico, entusiasmo evangelico, tenacia e testimonianza (martirio), per rivitalizzare il cammino delle comunità cristiane dell'Occidente.

La presenza di istituti missionari in una chiesa locale non può né deve passare inosservata. Anche perché (forse non lo sappiamo), siamo considerati gli esperti dell'annuncio e siamo chiamati ad animare la comunità cristiana. Lo abbiamo fatto e lo facciamo con disinvoltura in terre geograficamente di missione, ma con la nostra gente ci ritroviamo timidi, paurosi e ritrosi.

Ci sentiamo inadeguati e stranieri in casa nostra? Non sappiamo più metterci in sintonia con il popolo?... Perché in missione ti senti grande, capace e qui, dove sei nato, ti senti balbuziente?... Animare la propria chiesa è certamente meno gratificante, ma è altrettanto urgente e indispensabile. La nostra presenza deve essere viva, quasi un pungolo che stimola, porta al confronto e obbliga all'azione.

Però essere missionari non significa fare i supplenti. Oggi in Italia si stanno creando situazioni di missione, di rievangelizzazione. La tentazione è di affidare «agli addetti del mestiere» zone o situazioni considerate di frontiera. Da parte nostra è doveroso privilegiare questi servizi, ma è compito della chiesa locale fronteggiare tali realtà e trovare risposte adeguate. Come, per esempio, la cosiddetta missione che «viene a noi», cioè il fenomeno migratorio.

Dobbiamo privilegiare i campi di animazione missionaria, avere una presenza nei seminari diocesani (e non solo con missionari, ma anche missionarie), intervenire nei mezzi di comunicazione per far passare un nuovo modo di percepire gli altri.

 La natura stessa

della vocazione missionaria è dialogica. L'incontro con l'altro, il diverso, il nuovo è pane di ogni giorno: un esercizio giornaliero che dovrebbe allenarci ad essere persone capaci di empatia, di «compassione». Chi apre e legge il libro della missione trova questo capitolo di estrema attualità.

Oggi in Italia assistiamo preoccupati ad un ritorno di ideologie xenofobe, con posizioni intransigenti a tolleranza zero; assistiamo ad un regresso culturale. È caduto il muro di Berlino, ma se ne stanno erigendo altri, invisibili, ma forse più massicci. E sembra che questo non incida sul nostro «quieto vivere»!

I casi sono due: o la vita missionaria ci è passata sopra, senza forgiare minimamente il nostro essere, o non siamo informati: gravissimo peccato pure questo. L'informazione critica, l'approfondimento serio, la ricerca e lo studio devono essere una delle nostre principali attività.

Dialogo esige conoscenza, ascolto, competenza. Sono finiti i tempi in cui bastava raccontare la storia del «moretto». Oggi la gente vuole conoscere i perché delle tragedie che assillano il Sud del mondo; vuole sapere quali e di chi sono le responsabilità dei disastri umanitari. Qui e in missione dobbiamo essere responsabilmente preparati.

Dialogo è anche collaborazione: tra missionari e con i laici. Ma non lasciamoli entrare solo dalla porta di retro, ossia in qualità di subalterni, senza diritto di parola. Sono invece persone che possono aiutarci a leggere criticamente la realtà nella quale viviamo.

 I poveri, ragione prima

e ultima della nostra vita. Però mai una parola come «poveri» è stata tanto usata e abusata. I poveri sono diventati oggetto di estenuanti riflessioni, documenti...

Eppure, chissà perché, mai come adesso sono così lontani da noi. Ci siamo talmente adeguati a mettere «a norma» le nostre case, che non c'è quasi più posto per chi «a norma non è». Abbiamo paura di infrangere le leggi dello stato e perdiamo la forza di «contraddizione» (come Gesù, segno di contraddizione!).

Non possiamo avere due regole di vita: in missione e in Italia. Se sei disposto al martirio là, devi essere disposto a infrangere le leggi anche qua, che diminuiscono la testimonianza evangelica.

Davvero ci siamo incarnati, fino a far causa comune con gli emarginati? Il nostro stare con i poveri è nel ruolo di «compagni di viaggio» verso un mondo più giusto? Oppure, facciamo sentire il peso del nostro vantaggio economico, culturale, spirituale?

 Partire

è la nostra parola d'ordine, anche se a volte non sappiamo bene verso dove. Talvolta non si capisce bene se è «fuga» o un partire verso qualcuno, uscendo da noi stessi. Non basta divorare chilometri per sentirsi missionari: la partenza che ci viene richiesta è più radicale e meno avventurosa.

Ripartire, ogni giorno e ogni momento, per andare incontro all'altro... Nel libro della missione ci sono parole essenziali, che dobbiamo ricuperare: passione, gioia, fermezza; devono sostituire... negatività, stanchezza, istituzionalizzazione del carisma.

La missione ci richiede di essere, più che assertori di certezze, umili ricercatori di verità... profeti in cammino verso il Regno. Se scordiamo la chiamata, l’essere noi stessi «terra da evangelizzare», la nostra attività sarà come il muoversi «di un mare agitato che non può calmarsi, e le cui acque portano su melma e fango» (Is 57, 20).

Non conformiamoci alle regole della società, per non fare l'antimiracolo: trasformare il vino in acqua!

 

(*) Elisa Kidanè, missionaria comboniana eritrea, ha operato in Ecuador. Oggi è redattrice di Raggio.

 

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