AI LETTORI

GUERRA ALLA PACE
    
          in terra santa

di padre Marco Malagola
 
francescano dei Frati Minori a Gerusalemme

 

Dire Gerusalemme è dire terra santa, e viceversa. Gerusalemme oggi è, più che mai, di drammatica attualità: occupa ampi spazi sulla stampa e sul piccolo schermo, a causa del sanguinoso conflitto israelo-palestinese.

Gerusalemme è sempre stata di attualità, fin da quando Dio la scelse come luogo di incontro e dialogo con gli uomini. A Gerusalemme «tutti sono nati... e l’Altissimo la tiene salda» (Sal 87, 4-5). Quel «tutti» contiene una carica ecumenica di respiro universale. Gerusalemme appare come radice di armonia e unità fra le genti. Sul libro della storia, curato da Dio, «tutti» sono gli uomini e i popoli che Egli registra come cittadini di Gerusalemme.

Il carattere peculiare di Gerusalemme è l’universalità. E non è un tratto immaginario, ma reale. Basti ricordare il ritornello ebraico, che ha sfidato i secoli: «L’anno prossimo a Gerusalemme». Basti ricordare l’affetto dei cristiani per la città santa, concretizzato nel pellegrinaggio... e il fatto che, perfino fra le montagne dell’Afghanistan, la foto di Gerusalemme è appesa con devozione alle pareti delle case musulmane.

Gerusalemme, l’universale, fa sì che la comunità mondiale vi si riconosca in un modo o nell’altro: interessa non solo chi vi trova una specifica fede religiosa, ma anche chi vede in essa un riferimento a valori umani fondamentali.

Se Assisi affascina e coinvolge per la soffusa e penetrante spiritualità, Gerusalemme seduce e attira per il mistero. Un mistero che perdura tutt’oggi e che fa pensare al Deus absconditus (Dio nascosto).

Mi ritorna in mente l’incontro, di qualche anno fa, con una giornalista svedese. Aveva partecipato ad un congresso di archeologia a Tel Aviv, al termine del quale effettuò una rapida escursione a Gerusalemme. E capitò che, nel dedalo di viuzze della città vecchia, la giornalista avesse smarrito la strada al suo hotel. Io, per caso, passavo di lì; lei mi pregò di indicarle la via dell’albergo. L’accompagnai fino alla Porta di Damasco. Cammin facendo, mi confidò che, essendo nata in una famiglia atea, non era credente. «Però ho letto molto su Gerusalemme - disse -; ora sono qui e avverto (non so perché) che qualcosa mi attira come una potente calamita. Dovrei prendere l’aereo questa sera, ma non partirò; c’è qualcosa di strano qui che mi sollecita a cercare, indagare e approfondire il mistero di Gerusalemme, che mi tocca l’anima».

Ci salutammo. Due anni dopo mi scrisse per annunciare che aveva ricevuto il battesimo.

 Gerusalemme, che secondo un’etimologia popolare sarebbe la «città della pace», non ha mai conosciuta la tranquillità. Lungo tutta la sua storia millenaria è stata teatro di lotte, e tuttavia essa rimane la sede della «shalom»; ma non per coloro che vogliono trovarvi una pace già confezionata, ma per quanti vogliono costruirla.

La pace è il risultato di relazioni rispettose fra i popoli, fra le persone; scaturisce dall’amore tra gli individui, tra le comunità; nasce dalla conversione, dall’accoglienza delle diversità.

La tragedia odierna in terra santa grava anche sulla comunità internazionale e su ogni persona sensibile alla pace... strettamente legata alla giustizia. Da mesi, nonostante gli innumerevoli tentativi del passato di approdare ad un serio e risolutivo processo di pace, una spirale di violenze assurde e apparentemente inarrestabili soffoca la terra dove Dio e gli uomini si sono incontrati e uniti per sempre.

Mentre scrivo, la spirale attanaglia particolarmente Betlemme, dove la pace è nata e annunciata per la prima volta agli «uomini che Dio ama».

Il pastore protestante Dietrich Bonhoeffer, il martire per la libertà che ha pagato con l’impiccagione la sua resistenza al nazismo, scriveva che non si poteva cantare alleluja mentre gli ebrei venivano perseguitati. Così è stata quest’anno la nostra pasqua, in terra santa, celebrata con il cuore ferito. Come potevamo, in quei giorni di sangue, cantare alleluja?

Israeliani e palestinesi sembrano sprofondare sempre di più in un vortice di odio e vendetta. I ripetuti e accorati appelli che, insieme alle altre chiese cristiane, abbiamo rivolto ai responsabili del paese e dei governi restano tuttora inascoltati. Fino a quando? Quanto durerà l’occupazione militare?

Fino a quando verranno disattese le risoluzioni delle Nazioni Unite?

È necessario ritornare al rispetto della legalità internazionale. Lo afferma da sempre Giovanni Paolo II (fra pochi), dimostrando una preveggente visione della realtà. E il cardinale Martini ha rivelato una grande preoccupazione nel dire di non comprendere

come Israele, con la sua politica, persegua sicurezza e pace, «che pure è sempre nel desiderio di tutto quel popolo».

 La preghiera può vincere la grande e difficile battaglia per la pace... A Betlemme, davanti alla basilica della Natività (in questi giorni teatro di una gravissima situazione), si è sempre celebrato un evento «miracoloso»: fino ad oggi gli eserciti si sono arrestati al suo cospetto.

Il significato della preghiera per la terra santa (e, ovviamente, per le persone che vi risiedono) è anche questo: sperare che il miracolo si compia ancora. Sarebbe un primo e importante passo verso la pace. Ci vuole fiducia e speranza.

La terra di Gesù non è forse la terra dei miracoli?

 

Sfogliando s’impara...

 «IO TROVO VERGOGNOSO»

«Trovo vergognoso che la stampa scritta (...) si indigni perché a Betlemme i carri armati israeliani circondano la Chiesa della Natività, che non si indigni perché nella medesima chiesa duecento terroristi palestinesi ben forniti di anitra e mumz ni ed esplosivi (tra loro vari capi di Hamas e Al-Aqsa) siano non sgraditi ospiti dei frati (che poi dai militari dei carri armati accettano le bottiglie d’acqua minerale e il cestino di mele). (...)

lo trovo vergognoso che L’Osservatore Romano cioè il giornale del Papa, un Papa che non molto tempo fa lasciò nel Muro del Pianto una lettera di scuse per gli ebrei, accusi di sterminio un popolo sterminato a milioni dai cristiani. Dagli europei. Trovo vergognoso che ai sopravvissuti di quel popolo (gente che ha ancora il numero tatuato sul braccio) quel giornale neghi il diritto di reagire, di difendersi, non farsi sterminare di nuovo.

Trovo vergognoso che in nome di Gesù Cristo (un ebreo senza il quale oggi sarebbero tutti disoccupati) i preti delle nostre parrocchie o Centri Sociali o quel che sono amoreggino con gli assassini di chi a Gerusalemme non può recarsi a mangiar la pizza o a comprar le uova senza saltare in aria. Trovo vergognoso che essi stiano dalla parte dei medesimi che inaugurarono il terrorismo ammazzandoci sugli aerei, negli aeroporti, alle Olimpiadi, e che oggi si divertono ad ammazzare i giornalisti occidentali».

Oriana Fallaci sul settimanale «Panorama»,

12 aprile 2002

  

QUEI CANNONI PUNTATI

«“Ecco, noi francescani della Basilica della Natività chiediamo agli ebrei stessi che facciano qualcosa, che impediscano questa ingiustizia, che dimostrino che il volto d'Israele non è quello dei cannoni puntati contro un luogo santo di una città sacra alle tre religoni monoteiste; io non penso che siano tutti cattivi, al contrario so che dentro il cuore sono buoni e giusti e so che vogliono il bene di tutti. Chiedo agli ebrei di buona volontà di aiutarci e di farci uscire fuori da questa situazione”. (...)

Sharon ha buttato all’aria ogni regola precedente. Tutte le parti coinvolte: palestinesi, cristiani, le diplomazie occidentali e quella della Santa Sede hanno avviato trattative mai accolte dall’intransigenza di Sharon. Hanno nel frattempo persino prodotto un Cd-Rom intitolato “Unholy Asylum”, asilo assai poco santo, polemizzando con lo spirito umanitario dell’accoglienza che è storicamente il connotato dei francescani. Quanti di essi, durante la Seconda Guerra Mondiale, hanno accolto dietro i muri di pietra dei loro conventi, i disperati ebrei inseguiti dai nazisti? O i partigiani che i nazisti definivano “terroristi”. Qualcuno, per questa generosità, ha pagato persino con la morte. (...)

“Noi francescani non ci fidiamo: se andiamo via, cosa succederà?”, incalza padre Ibrahim. Appunto, padre, lei ci ha pensato? “Bella domanda. Mi sono dato una sola risposta: restiamo. L'abbiamo deciso tutti all'unanimità, dopo una discussione comune”. Le truppe di padre Ibrahim imbracciano il crocifisso e sfidano i lunghi fucili dei cecchini. Il motorino del generatore che alimentava le batterie dei francescani ha funzionato per 36 ore e si è fermato ieri. Con la sua energia si tirava su l'acqua dei pozzi. Se i frati vanno in cucina, alla Casa Nova, l'ostello attiguo al convento, gli sparano addosso (...)».

Leonardo Coen sul quotidiano «La Repubblica»,

12 aprile 2002

 

 UNA GUERRA PER LA VITA O LA MORTE

«Chi conduce una guerra per la vita o la morte del popolo intero ha il diritto di ricorrere a tutti i mezzi, compreso quello del terrore suicida delle donne kamikaze o dei massacri in campi  profughi come Jenin.

Il guerriero totale coltivato dai vertici dell'Autorità palestinese non è criticabile in un contesto di guerra finale, così come non lo è lo stato israeliano che annuncia battaglie di sopravvivenza e che considera la guerra come una replica della distruzione del Tempio da parte degli antichi romani. In conflitti di questo genere non si guarda molto ai risultati politici delle operazioni, né si è responsabili del male - il più delle volte inane - che si arreca.

Ma la guerra per la sopravvivenza non si limita solo a cancellare eventuali responsabilità: essa dissimula anche, distorcendola, l'autentica natura del conflitto. E vela consapevolmente la verità».

Barbara Spinelli sul quotidiano «La Stampa»,

14 aprile 2002

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