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mutilazioni genitali femminili FERITE PER SEMPRE di Angela Lano |
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Circa 130 milioni di donne, soprattutto nel sud del mondo, sono sottoposte a scioccanti mutilazioni: l’operazione si pratica su bambine in tenera età. Un atto contro i diritti dell’integrità della persona. Una sua manipolazione. E la denuncia è doverosa.
Persone in corpo e anima «Tra le più gravi violazioni dei diritti dei minori, segnalate da un rapporto dell’Unicef del 1994 (elaborato in collaborazione con l’Organizzazione mondiale della sanità e l’Unesco), vi sono le mutilazioni genitali femminili, già denunciate nel 1989 dalla Convenzione dell’Onu sui diritti dei bambini». Lo scrisse su Missioni Consolata, nell’aprile 1996, la ricercatrice Anna Bono. La piaga riguardava allora 80 milioni di donne, mentre oggi ne investe 130 milioni. Il dato al rialzo è dovuto a maggiori informazioni acquisite negli ultimi anni: informazioni non facili, trattandosi di un tabù. Nel giugno 1996 il Tribunale di Washington riconosceva che l’escissione, ad esempio, è una persecuzione: quindi motivo sufficiente per concedere asilo alle donne che lo richiedono. In Italia le mutilazioni femminili sono vietate,in base all’articolo 5 del Codice civile e agli articoli 582 e 583 del Codice penale.
Missioni Consolata ritorna sul tema con un dossier, perché ritiene che la sua conoscenza sia fondamentale per debellare la piaga. È una violazione dei diritti umani. Secondo la teologia morale cristiana, «l’uomo è unità»: di qui l’importanza anche del corpo-soggetto. La persona si apre al mondo attraverso il corpo. Ma, se l’individuo è corpo, è pure vero che non si identifica con esso. «Il soggetto umano è il proprio corpo e tuttavia più del proprio corpo» (Tullio Goffi, Problemi e prospettive di teologia morale, Queriniana, Brescia, 1976, p. 335). In nome di una presunta supremazia (complici tradizioni culturali discutibili), l’uomo può trattare i suoi simili da oggetto. A farne le spese sono spesso le donne. Donne ferite, nel corpo e nella mente, anche attraverso le mutilazioni genitali. Una gravissima manipolazione. Non l’unica oggi. Francesco Bernardi
Storie drammatiche sulla propria pelle E non sei più come prima «Io urlavo come un animale al macello... Non permetterò mai che le mie figlie possano subire un torto simile» (Aisha). «Sono stata cucita con spine senza anestesia. La ferita mi bruciava» (Basma). «Ci hanno dato dei regali: ma con quello che abbiamo patito non sarebbe bastato tutto l’oro del mondo» (Fatima). «Ci sono esperienze nella vita che non si possono dimenticare: una di queste è stata la mia infibulazione. Nel nostro villaggio c’era una donna specializzata in questo genere di operazioni, che le praticava senza anestesia e con utensili artigianali (coltelli da cucina, rasoi, forbici)». Prende fiato Aisha, una bella ragazza somala di 30 anni, mentre inizia il suo racconto percorrendo, a ritroso nella memoria, i ricordi di un evento traumatico. «Avevo otto anni - continua -, stavo giocando a pallone con alcune amiche e cuginette, in mezzo alla strada, davanti alla casa di mia nonna. All’improvviso arrivò correndo mia sorella, Zahra, che disse: “Vieni, dài, stiamo per essere infibulate...”. Era felice. Ci avevano detto che era un grande evento e che, per l’occasione, avrebbero ucciso un pollo e ci avrebbero offerto dei dolci. Quindi mi alzai e, felice, corsi via con lei. Entrammo in una casa poco distante, dove abitava una vecchia levatrice. Toccò per prima a mia sorella, di un anno più grande di me. La donna, con l’aiuto di mia madre e mia nonna, fece stendere la sorella su una stuoia. Io rimasi nella stanza a fianco, seduta per terra, silenziosa, come paralizzata. La sentii urlare. Il suo dolore mi sembrava atroce: mi entrava nelle orecchie e mi impediva di respirare. Ero terrorizzata. Una violenta ribellione si impossessò di me. Feci per fuggire. Non capivo bene che cosa stesse accadendo, ma certamente, regali o no, non volevo soffrire. “Non voglio più essere cucita” gridai con quanto fiato avevo in gola. Ma la nonna mi afferrò stretta e, aiutata da una vicina, mi adagiò su un materasso. Poi si sedette dietro di me e mi tenne aperte le gambe, come in una morsa. La vecchia ostetrica aveva terminato il lavoro di ricucitura. Mia sorella ora se ne stava quieta, come un animale ferito, senza forze e senza volontà, sulla stuoia ancora insanguinata. Era il mio turno. Sentivo crescere la disperazione e la rabbia. In ginocchio, di fronte a me, la vecchia mi guardava sicura e severa. Con un esperto colpo di coltello mi tagliò la clitoride e le piccole labbra, senza anestesia. Allora non si usava ancora; ora sì, in ospedale, dove l’infibulazione è praticata dai medici. Furono minuti indescrivibili: il coltello grondava sangue, mentre io urlavo come un animale al macello; non capivo perché mi stessero facendo quel male. Mia madre e mia nonna mi rassicuravano dicendo che stavo per diventare una donna, che avremmo festeggiato tutti insieme l’evento, che erano orgogliose di me, della sorella e che, qualche anno dopo, avrei potuto sposarmi e fare dei bambini. “Sposarmi? Fare figli?” domandavo a me stessa mentre mi tagliavano, e pensavo ai giochi lasciati per strada... Mi cucirono con ago e filo, lasciando un’apertura sottile per far defluire l’urina e il sangue mestruale. Poi mi lavarono e disinfettarono con erbe e unguenti. Infine mi legarono le gambe strette tra loro e mi portarono a casa della nonna, insieme a mia sorella, dove rimanemmo immobili, distese su stuoie, per due settimane. “La ferita si deve rimarginare bene – ci spiegarono -; altrimenti, quando partorirete, si lacererà”. In quei giorni arrivarono familiari, parenti e amici a congratularsi con noi. Portarono dolci e doni, ma a me non interessava nulla: ero mortificata e scioccata. Mia sorella sembrava invece gradire tutte quelle attenzioni; si sentiva importante. Io ero piena di rabbia: “Mai - mi ripetevo - permetterò che le mie figlie possano subire un torto simile”. Pochi anni dopo, fui data in moglie ad un uomo molto più vecchio di me... La notte delle nozze avrei voluto morire. Provai un dolore atroce. Per il marito, invece, fu un grande onore, una prova di virilità, avere rapporti con una sposa così cucita. È anche una sicurezza sulla sua fedeltà: con chi altri potrebbe mai tradirlo? Rimasi incinta. Andai in ospedale a Mogadiscio. Là mi aprirono per farmi partorire, e mi ricucirono. Avevo 14 anni e avevo appena terminato le scuole. All’età di 18 arrivai in Italia con mia sorella...». Da 12 anni Aisha vive in Piemonte con delle connazionali e si prende cura della figlia. Il marito è in America a lavorare. A Mogadiscio ha frequentato, finché ha potuto, scuole italiane, come la maggioranza delle sue coetanee benestanti, e in Italia si è laureata in medicina, mentre lavorava come assistente domiciliare per anziani. La sua attività più importante è quella di sensibilizzare le sue connazionali, giovani mamme e ragazze, contro la pratica delle mutilazioni genitali, affinché quelle giovani vite non debbano patire torture atroci in nome della tradizione e del controllo dell’uomo sulla donna. «Sono stata circoncisa a sei anni con altre due bambine» racconta Basma, una somala di circa 40 anni, che vive a Roma da parecchio tempo. «Dopo, è stata organizzata una festa e mi hanno regalato caramelle e dolci... Tre giorni prima della cerimonia, invitano tutti. Già al mattino presto arrivano i vicini e i parenti stretti per vedere. Portano regali. Una donna grossa mi bloccava tra le sue gambe, mentre mi bendavano gli occhi con un foulard nuovo. Mi hanno operato senza anestesia (sono solo 20 anni che hanno iniziato ad usarla, ad operare su tavoli e a chiamare un’ostetrica). Sono stata cucita con le spine. La ferita mi bruciava. Mia madre mi ha lavata con acqua calda. Dopo aver scavato una buca per terra e deposto della carbonella con delle erbe che producevano fumo, mi hanno fatta appoggiare sopra per disinfettare e seccare la cucitura, che è diventata scura. Ho contratto un’infezione, perché mi sfregavo la ferita: sono stata male per un mese, avevo la febbre...». Nonostante il ricordo ancora vivo della sofferenza causatale da tale pratica, Basma si dichiara pronta per lo stesso intervento: sua figlia è stata infibulata e vorrebbe che anche le nipoti seguissero la tradizione. Per Fatima l’esperienza non è da ripetersi. «Sono stata circoncisa a sette anni, insieme ad una sorella di nove. Altro che festa! Quel giorno ho subìto uno shock che non dimenticherò più. Sono stata operata senza anestesia, senza niente. Ho sofferto moltissimo. Eravamo sette bambine da sei a nove anni; c’erano le figlie dei vicini di casa, nel tempo di chiusura delle scuole. Le donne si erano dette: “Facciamo ciò che dobbiamo fare, perché le ragazze sono ormai grandi”. Hanno chiamato una donna anziana e siamo state operate in una casa vicina. La prima ad essere sottoposta ai ferri è stata la più piccola, mentre noi guardavamo terrorizzate, in lacrime. La mamma era fuggita, perché non voleva sentire i nostri pianti. Mi hanno deposta nuda su un tavolo grande, mentre tre donne mi tenevano legate mani e piedi. Non ho visto con che cosa mi hanno tagliata, se con un coltello o una forbice (si nascondono gli strumenti, perché la pratica incomincia ad essere criticata). Mi hanno asportato la clitoride e le piccole labbra. Poi sono stata cucita con filo, perché eravamo in città, e non con spine, come avviene in campagna. Il dolore è durato ben sette giorni. Sono rimasta con le gambe legate (dalla vita fin sotto le ginocchia) per due settimane. Non si può mangiare... Io sono riuscita a fare pipì, mentre a mia sorella (che non l’ha fatta per tre giorni) si è gonfiata la pancia. Ha sofferto di più, perché era più grande. Mamma e papà, una volta guarite, ci hanno dato dei regali: ma con ciò che abbiamo patito non sarebbe bastato tutto l’oro del mondo a consolarci! Per fortuna non sono sorte infezioni, perché papà ci portava tintura di iodio e antibiotici. Prima dell’operazione correvo, giocavo a pallone, ma dopo non l’ho più fatto. Mia madre mi diceva sempre: “Attenta, ora sei diventata grande, ti strappi!”. Non ero più libera. Non era più come prima. Mi hanno lasciato un buco strettissimo. Prima del contatto con l’uomo, le mestruazioni erano molto dolorose. I primi rapporti sessuali mi hanno fatto schifo. Poi è andata un po’ meglio».
Il parere medico sulle mutilazioni Igiene? C’è ben altro! «L’infibulazione è un rapporto tra schiava e padrone, dove, in accordo a schemi primitivi, si dona tutto e si riceve tutto. Il rispetto per le donne è zero. Esse non valgono nulla» (dott. Mascherpa). «È un rito iniziatico: la donna rimane un oggetto e, nello stesso tempo, viene allontanata da lei ogni tentazione» (dott. Bracco). E le conseguenze sono clamorose. Abbiamo interpellato il dottor Franco Mascherpa, medico presso la clinica ginecologica universitaria di Torino, a suo tempo impegnato in Somalia, sulle mutilazioni genitali femminili. Dottore, cosa s’intende per mutilazione sessuale femminile? «Attualmente sono circa 130 milioni le donne che hanno subìto pratiche di mutilazione sessuale. Sono interventi laceranti, che si effettuano sui genitali esterni delle bambine prepubere. Sono possibili tre tipi di operazione. La più diffusa è quella sudanese o faraonica (infibulazione), che risulta la più mutilante e dà origine a tanti problemi medici e psicologici. Essa consiste nell’asportazione della clitoride e delle piccole labbra, nella cruentazione (con incisioni verticali, scarnificare) della parte interna delle grandi labbra, della parte mediana della vulva e nella cucitura delle labbra. Le tecniche di sutura sono diverse: nelle zone rurali si possono usare spine di acacia, tenute insieme da fili di cotone. La clitoridectomia (escissione) è meno diffusa: prevede l’asportazione della clitoride e della parte superiore delle piccole labbra. La ferita non viene mai suturata, bensì tamponata con erbe. Le bambine vengono fasciate con le gambe strette. La sunnah (circoncisione), diffusa nei paesi arabi, ma anche in Somalia) è una pratica meno cruenta della clitoridectomia: comporta minori conseguenze permanenti sul piano fisico. Consiste, nei casi più radicali, nella asportazione di una parte della clitoride. Nelle varianti minori vengono prodotte piccole ferite superficiali nella regione paraclitoridea. Lo scopo di tale pratica è di produrre una fuoriuscita di sangue. Solitamente viene utilizzato un coltello rituale, oppure una lametta da barba. Vengono anche impiegate sostanze anestetiche. Dopo l’intervento, le gambe delle bambine vengono saldamente legate con fasce all’altezza delle caviglie, delle ginocchia e delle cosce, e mantenute in questa posizione per dieci giorni, durante i quali seguono una particolare dieta. Talvolta cospargono la ferita con una sostanza a base di incenso e mirra, che ritengono svolga un’azione antisettica e cicatrizzante. Un altro aspetto del fenomeno è la reinfibulazione post partum. Una missionaria mi raccontò che, in Somalia, la praticavano alle donne che avevano appena partorito per evitare tensioni familiari». Come sono considerate le donne non circoncise? «In Somalia le donne non circoncise sono ritenute orfane, meticce e fanno di mestiere le prostitute: questo perché perdono dignità, valore sociale ed economico; non sono più sposabili e hanno perciò poche speranze di sopravvivenza. In un paese povero come la Somalia, infatti, le poche risorse sono legate alla presenza di un uomo. Le donne, se non c’è un maschio a fianco che abbia qualche attività commerciale, da sole non possono sopravvivere. Per la stessa ragione vogliono essere sempre incinte: il marito, che ha mogli sparse qua e là, è più propenso ad andarle a trovare spesso e portare loro da mangiare. Se la donna è sterile, rischia di non ricevere mezzi di sussistenza». In Occidente consideriamo affascinanti le somale: la loro bellezza, la fierezza e la sensualità del portamento sembrano giustificare tale considerazione. Ma come vivono il rapporto con il proprio corpo? «In Somalia, come ginecologo e sessuologo, ho cercato di capire come le donne si rapportavano alla propria sessualità: l’unica risposta che ne ho dedotto è che essa ha una pura funzione riproduttiva. La loro grande sensualità non è genitale, perché da quegli organi ricavano solo molto dolore. Dal punto di vista ginecologico, hanno sempre mal di pancia e problemi vari. Per loro il benessere non è vivere bene la sessualità nel matrimonio, bensì avere un marito che le mantenga. Le bambine di soli cinque anni, che sanno di essere infibulate, aspettano con ansia il momento di passaggio all’età adulta. Se una ragazzina grandicella non ha ancora subìto tale operazione, viene emarginata dal gruppo di amiche. Il corpo della somala è un corpo doloroso. Infatti i racconti sui primi rapporti sessuali sono agghiaccianti, traumatici: lei si presenta a lui “cucita”. Sono poche le mogli che, d’accordo con il marito, si fanno scucire. In genere lui vuole constatare di persona che lei sia chiusa. La regola è quella del grano di mais: se passa un grano è ben cucita. Da quel foro fuoriescono urine e mestruazioni, ma con gran ristagno di liquidi. Al momento della penetrazione sorgono i problemi: la cucitura deve essere aperta o con il pene o un oggetto qualsiasi (un coltello, una lametta, la parte superiore di una lattina di coca-cola). L’atto sessuale, più che un rapporto intimo, è un gesto di valorizzazione sociale delle velleità maschili: io, uomo, la posso penetrare anche se è difficilissimo. È una prova, mentre alla donna è richiesta una superverginità. Spesso questa ha il primo rapporto in modo strumentale, non naturale: vetri, coltelli, forbici, frammenti di latta che lacerano le suture. Una donna facile da avere è vista come una prostituta, con sospetto. Una donna non infibulata può essere ripudiata immediatamente. Se il marito non riesce a deflorare la moglie, può sempre dire di aver sposato una donna ben cucita, quindi di grande moralità. In Somalia si porta ad estreme conseguenze questo aspetto antropologico: “io sono così preziosa che sono inaccessibile; però quando mi conquisti mi dai tutto”. È un rapporto tra schiava e padrone, in cui, in accordo a schemi primitivi, si dona tutto e si riceve tutto. Il rispetto per le donne è zero. Esse non valgono nulla. Se l’orgasmo femminile è seducente per l’uomo in un contesto occidentale, è superfluo, negativo, privo di interesse in società maschiliste e sadiche. “Perché una donna mi deve sedurre? Faccio io quello che voglio di lei.” Innamoramento, amore non esistono. La donna è un mezzo attraverso il quale l’uomo realizza la propria discendenza. Comunque, a livello sessuale, donna e uomo hanno strategie diverse: la prima deve essere prudente, poiché ne può conseguire una gravidanza; il secondo invece cerca di sedurre più donne possibile, perché la poligamia è la forma di famiglia più diffusa nel mondo (come numero di culture, non di persone). In Occidente si espleta attraverso numerosi rapporti extraconiugali, che coinvolgono l’80% delle persone». Ci sono donne somale che chiedono di essere deinfibulate perché sono fidanzate ad italiani? «Dove sono? Si sposano solo tra loro. Da me arrivano donne con complicazioni mediche... Un somalo non sposerebbe mai una connazionale, anche se infibulata, arrivata qui molto tempo fa, perché pensa che abbia ormai assunto la mentalità occidentale. Tutte le donne che hanno avuto “contaminazioni” con l’Occidente non si sposano più». Tutte le giovani somale in Italia sono qui sapendo che perdono la possibilità di trovare marito? «Se non trovano subito un fidanzato somalo, con il passare del tempo perdono la propria accettabilità sessuale».
Abbiamo brevemente intervistato anche il ginecologo Roberto Bracco. Dottore, in certi contesti culturali l’infibulazione è considerata un’usanza igienica, che rende più bello e pulito il corpo della donna. Cosa ne pensa? «L’infibulazione non è una pratica igienica. In tutti i casi che ci sono capitati, quando abbiamo riaperto la ferita, abbiamo trovato l’assenza totale di igiene. L’urina e il sangue mestruale ristagnano all’interno della cucitura». Come intervenite? «Introduciamo una pinza a becco e tagliamo i punti. In certi casi è necessario operare con anestesia totale». Come definire allora l’infibulazione? «Un intervento mutilante che, dal punto di vista sanitario, non ha nulla di igienico. È un rito iniziatico: l’asportazione della parte erettile della donna. La clitoride, infatti, ha la stessa struttura anatomica dei corpi cavernosi del pene; rappresenta il centro del piacere sessuale femminile, che viene così ad essere mutilato. Se in un rapporto di coppia si toglie alla donna la parte di piacere, essa rimane un oggetto e, nello stesso tempo, viene allontanata da lei ogni tentazione. Il controllo dell’uomo è così veramente efficace. La circoncisione femminile, praticata alle donne egiziane, è invece più blanda e permette loro di avere una vita sessuale normale. Nei casi estremi si può intervenire chirurgicamente con una plastica delle piccole labbra».
La pratica delle mutilazioni genitali femminili può comportare delle complicazioni mediche immediate e a lungo termine. Nell’immediato: shock post-operatorio, infezione locale, setticemia, tetano, emorragia, lesioni delle vie urinarie e della regione perianale, ritenzione di urina e infezioni urinarie... A lungo termine: proliferazione fibrosa del tessuto, cisti e ascessi, malattia infiammatoria pelvica, ritenzione di sangue nella vagina e cavità uterina, defibulazione cruenta al momento della deflorazione e del parto, parto distocico, fistole vagino-vescicali e rettali post partum, rapporti sessuali difficoltosi e dolorosi, infezioni uro-genitali ricorrenti... Né mancano ripercussioni psicologiche: paura e angoscia infantile, lacerazione in infanzia/età adulta, senso di inevitabilità del proprio destino, senso di inferiorità sociale, morale e spirituale della condizione femminile, disturbi della sfera sessuale, restringimento di interessi e perdita di intraprendenza, senso di offesa alla propria integrità psico-fisica, caduta di autostima, malattie mentali (nevrosi cenestopatica, stati depressivo-reattivi).
I dati riportati sono stati desunti dalla ricerca della professoressa Silvana Borgognini Tarli, docente di antropologia all’università di Pisa, e della dottoressa Elisabetta Marini, ricercatrice in scienze antropologiche, pubblicata dalla rivista «Sapere», maggio-giugno 1994.
Altre dichiarazioni e precisazioni Tra dovere e vergogna
Alia: sono stufa di sentirmi chiedere se approvo o meno l’infibulazione e se la ripeterei sulle mie figlie... Mariam: l’unico suo significato è quello di controllo, di potere da parte dell’uomo sulla donna; è una forma di maschilismo cui dobbiamo opporci...Giovanna: i seni, i glutei e altre parti del corpo sottoposte a chirurgia estetica non sono forse altrettante forme di tortura a cui la donna si sottopone pur di piacere al maschio o di tenersi il marito?
Alle donne somale dà spesso fastidio l’interesse dell’Occidente verso l’infibulazione: sentono una ingerenza nella loro vita, nelle loro tradizioni, nei loro corpi. Alia, studentessa somala, dichiara: «Noi non andiamo a sindacare sulle abitudini sociali, sessuali o estetiche delle donne europee. Sono fatti loro, come la tradizione dell’infibulazione è affare nostro. Sono stufa di sentirmi chiedere se approvo o meno questa usanza e se la ripeterei sulle mie figlie. L’Occidente non può sempre esportare i suoi valori e il suo modello di vita agli altri paesi. Credo che ogni popolo vada lasciato libero di scegliere il suo modello di sviluppo e di seguire le proprie tradizioni, senza per questo essere accusato di barbarie o di inciviltà». Di opinione differente si dimostra Mariam, mediatrice culturale presso uno sportello sociosanitario di Torino: «Sono contraria alla pratica delle mutilazioni genitali, anche se l’ho subìta e non me ne vergogno, come invece accade ad alcune mie connazionali. È parte della nostra cultura e non c’è da vergognarsene. Anche sul termine “mutilazioni” non sono d’accordo. Si può condividere o meno l’uso di tale pratica, ma non credo che si tratti di una mutilazione. Certo, i danni causati sono molti. Da noi infatti arrivano donne infibulate, che hanno sviluppato seri problemi clinici e hanno timore di essere visitate, ma anche madri che chiedono consigli sulla scelta di fare infibulare (o circoncidere) le proprie figlie. In Somalia tutte le bambine sono sottoposte a tale intervento. Vengono preparate dalle madri ad accettare ciò che dovranno subire come un momento importante nella loro vita: è un “rito di passaggio” che si manifesta anche attraverso la festa, i regali e l’aspetto gratificante del riconoscimento pubblico. Le mamme chiedono alle figlie di non esternare dolore e pianto, perché altrimenti disonorano la famiglia: infatti la parte coinvolta del corpo è “vergognosa”, e non può essere menzionata. Il dolore, dunque, va nascosto, segregato, represso. Alcuni fanno ricoverare le proprie figlie in ospedale, affinché l’operazione sia eseguita in modo corretto e igienico; altri si rivolgono a “mammane”, che tagliano senza anestesia e in condizioni sanitarie pessime. In entrambi i casi, tuttavia, la ferita rimane: nel corpo e nella mente. Ed è difficile da rimarginare. Crescendo sorgono grossi problemi ginecologici, che si manifestano soprattutto durante i rapporti matrimoniali, la gravidanza e le mestruazioni. Le donne, qui in Italia, hanno paura di farsi visitare: temono di essere scucite. A Firenze opera un medico somalo, che con il laser deinfibula coloro che glielo richiedono. Prima della notte di nozze, qualche donna accetta di farsi scucire per evitare lacerazioni e sofferenze eccessive; ma la maggioranza rifiuta tale pratica, temendo il giudizio negativo del marito. Si dice che venga a mancare la sensibilità femminile durante il rapporto sessuale; non è vero. Ad essere asportata è solo la parte superiore della clitoride. Io ritengo, comunque, che noi donne abbiamo il dovere di ribellarci a questa pratica. Dobbiamo dire “no”. Dobbiamo porre fine a tale cultura. Prima della guerra civile, il presidente Siad Barre (1) aveva promosso una campagna contro l’infibulazione, ma con il conflitto tutto è andato perso... Le donne somale in Europa, ad esempio, si pongono il problema se fare tagliare o meno le proprie bambine e pensano: “Adesso siamo qui e tutto va bene. Ma, se torniamo nel nostro paese, cosa accadrà alle nostre figlie? Verranno prese in giro dai coetanei, additate come prostitute e non troveranno mai marito“. A Torino le donne somale sono oltre un migliaio, e sono poche quelle che si rifiutano di ricorrere all’infibulazione. È sentita come un retaggio culturale da mantenere. Io non l’accetto. Che senso ha? Perché mai è necessaria? Nel passato era forse usata come una sorta di “cintura di castità”... L’unico suo significato è quello di controllo, di potere da parte dell’uomo sulla donna. È una forma di maschilismo cui dobbiamo opporci».
Abbiamo avuto pure l’occasione d’incontrare Giovanna Zaldini, di origine somala, vicepresidente dell’Associazione torinese Alma Terra. Ci sono famiglie, in Italia, che richiedono di infibulare le proprie figlie? «A Torino non sono mai state registrate, finora, richieste di infibulazione/circoncisione. Chi ha scelto di emigrare in Italia ha pure scelto di mettere in discussione le proprie origini e tradizioni, diversamente da chi è stato costretto a lasciare il proprio paese a causa della guerra. Questa seconda tipologia di persone si sente più sradicata e non è in grado di operare scelte contro la propria cultura e tradizione... In ogni caso, se in Italia vi è stata richiesta di infibulazione, non troverà risposta da parte dei medici. Il problema più evidente è quello delle conseguenze sulla salute delle donne già infibulate. A livello sanitario nazionale, permane ancora una grande impreparazione nell’affrontare casi di pazienti infibulate e nel prestare loro soccorso e cure adeguate. Quando, ad esempio, in ospedale arrivano delle partorienti infibulate nessuno pensa di scucirle prima del parto. Il personale sanitario ricorre automaticamente al taglio cesareo. Inoltre le donne giovani non si sottopongono a visita ginecologica per paura del dolore, ma anche perché si vergognano e non si sentono capite dai medici. Qualcuna ha raccontato di avere provato molto disagio, perché si sentiva studiata, osservata. Anche per questa ragione va posta molta enfasi sulle nefaste conseguenze cliniche di tale pratica e sulle ragioni che spingono certi poteri ad infibulare le proprie donne; così facendo, sottopongono queste ultime ad umiliazioni e mortificazioni ulteriori. In Occidente si parla di “mutilazioni” sessuali. Già! Ma i seni, i glutei e altre parti del corpo sottoposte a chirurgia estetica non sono forse altrettante forme di tortura a cui la donna si sottopone pur di piacere al maschio o di tenersi il marito? Altrimenti se ne cercherebbe una più giovane, più bella o più “nuova”... Il comune denominatore tra “noi” e “voi” resta sempre la sottomissione al desiderio maschile. Abbiamo tutte subìto un lavaggio del cervello. Siamo dipendenti dagli uomini, in un modo o nell’altro, a livello sociale, economico, psicologico. Per una donna somala non essere infibulata significa non trovare marito; per una occidentale non possedere un bel seno vuol dire non essere neanche guardata. Per la paura di non trovare un uomo che le sposasse, nel mio paese erano le bambine stesse a chiedere alle mamme più liberali di essere cucite. In Somalia, durante il 1986-90, è stata portata avanti una campagna di sensibilizzazione contro l’infibulazione, che non ha inciso molto. Tuttavia, la massiccia emigrazione porterà per forza al confronto con altre culture e al cambiamento di mentalità nei confronti di questa pratica. Se si supera l’età più a rischio, che va fino a 12-13 anni, le ragazze saranno fuori pericolo e le mamme avranno un alibi per evitare loro l’intervento. Presso gruppi somali, residenti all’estero da lungo tempo, si è visto come il fenomeno dell’infibulazione si stia trasformando in un’azione puramente simbolica, iniziatica (pungere la clitoride in modo che fuoriesca del sangue), finalizzata alla purificazione». ... Come dire: l’incontro fra culture diverse può essere liberatorio.
(1) Siad Barre, presidente-dittatore, fu al potere in Somalia dal 1969 al 1991.
Mutilazioni sessuali femminili nel mondo Sono circa 130 milioni le donne che, nel mondo, hanno subìto mutilazioni sessuali: circoncisione (clitoridectomia), escissione, infibulazione. La circoncisione consiste nella rimozione del prepuzio della clitoride; tale pratica, nei paesi arabi che la eseguono, è chiamata anche «sunnah». L’escissione prevede la rimozione del prepuzio, della clitoride, delle piccole labbra (interamente o in parte), ma lascia intatte le grandi labbra e il resto della vulva. L’infibulazione è la rimozione del prepuzio, della clitoride, delle piccole e grandi labbra, la sutura delle due estremità della vulva (viene lasciata una piccola apertura per permettere al flusso dell’urina e del sangue mestruale di scorrere).
Queste pratiche mutilatorie sono largamente diffuse in Africa, Asia, Mondo Arabo, America Latina ed Europa. n Africa: nella costa occidentale, dal Camerun alla Mauritania, nelle zone centrali e nel Ciad, nel nord dell’Egitto, in Kenya e Tanzania (circoncisione ed escissione), in Mali, Sudan, Somalia, Etiopia e nel nord della Nigeria (infibulazione). n Asia: Filippine, Malesia, Pakistan e Indonesia (tra i gruppi musulmani). n Mondo Arabo: Emirati Arabi Uniti, Yemen del sud, Bahrain, Oman. n America Latina: la circoncisione femminile è praticata in Brasile, in Messico e Perù (presso gruppi di origine africana). n Europa: a causa della numerosa presenza di immigrati provenienti dai sopracitati paesi, il fenomeno delle mutilazioni genitali, dall’antichità dov’era sepolto, è ritornato alla luce e interessa una vasta fascia di donne e bambine straniere. Una nuova tendenza, al riguardo, è stata introdotta da ricchi africani che portano le loro figlie in Europa per sottoporle a circoncisione, sotto anestesia e in condizioni igienico-sanitarie migliori di quelle presenti nei loro paesi. (cfr. «The circumcision of women. Strategy for eradication», Zed Books ltd, London).
E il nostro paese? L’ Italia è interessata al fenomeno, insieme al resto dell’Europa, anche se non è possibile risalire a dati certi e reali: certamente esistono casi (forse qualche centinaio), dal 1992 ad oggi, di bambine, figlie di immigrati, che hanno subìto mutilazioni sessuali nel nostro paese o in patria. Quando i genitori non decidono di accompagnarle al paese d’origine, le piccole vengono operate qui, in cliniche private o in case, dove medici italo-somali o personale paramedico eseguono l’intervento. Per un’infibulazione la famiglia giunge a pagare oltre 1.000 euro. L’età delle bambine si aggira tra 5 e 12 anni. Molto più alto è, invece, il numero di donne straniere, residenti in Italia, che sono state sottoposte, anni addietro e nel paese d’origine, a circoncisione o infibulazione. Oggi qui, in terra di immigrazione, manifestano varie patologie, fisiche o mentali, o semplicemente profondo disagio psicologico.
Infibulazione: è possibile cambiare?
Di questa pratica, delle sue origini, motivazioni e degli strumenti per sradicarla totalmente dall’uso comune in molte aree dell’Africa, si è occupato il seminario internazionale «Mutilazioni dei genitali femminili. Una questione di relazioni tra uomini e donne», organizzato nel giugno scorso a Torino, presso il Centro internazionale di formazione, dall’Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo). Numerosi gli interventi di esperte africane (giuriste, psicologhe, medici, sociologhe e antropologhe), da anni impegnate in prima fila nella lotta contro il fenomeno. «ll nostro intento è quello di promuovere scambi di informazioni e conoscenze fra le associazioni africane ed occidentali - ha detto Cristiana Scoppa, dell’Aidos e una delle organizzatrici del corso - e di fornire strumenti formativi e didattici per facilitare l’opera di prevenzione nei villaggi e nelle città dell’Africa. Cerchiamo di aiutare a sviluppare una consapevolezza sulle motivazioni personali, non solo sociali e tradizionali, alla base del radicamento di tale pratica. È solo prendendo coscienza di sé, del proprio ruolo di donna, del proprio valore e dei modelli familiari di appartenenza (centrati sul controllo della donna da parte del clan familiare maschile) che è possibile apportare un cambiamento a tradizioni antiche e radicate. Un altro aspetto altrettanto importante è quello dell’informazione nell’ambito sanitario: medici e infermieri, infatti, sempre più spesso in Italia e a Torino, si trovano di fronte a donne infibulate o escisse, in procinto di partorire, ed è impensabile che possano operare alla rimozione della sutura al momento delle doglie. Bisogna intervenire prima, altrimenti si creano lacerazioni o complicazioni gravi e tanto disagio, sia per le pazienti sia per i medici».
Il prezzo ... della sposa Le mutilazioni genitali femminili (mgf) hanno radici lontane e ancora oscure. Qualcuno le fa risalire ai faraoni di Egitto (circoncisione faraonica), altri all’antica Roma (in-fibulare, chiudere con fibbia: è l’usanza di applicare ai genitali esterni maschili o femminili fermagli o anelli per evitare i rapporti sessuali). Molti sono gli studi sull’argomento, a livello sia antropologico-sociologico sia medico-scientifico, che tuttavia non hanno scalfito il silenzio e il disagio che gravitano attorno a questo diffusissimo fenomeno. Scrive Carla Pasquinelli nella ricerca «Antropologia delle mutilazioni dei genitali femminili», curata dall’Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo): «Dietro questo silenzio ci sono molte cose: c’è un mondo di donne chiuso su se stesso, un mondo di interni, sospeso tra l’attesa e il timore di togliare via una parte del corpo delle proprie bambine nel corso di cerimonie di cui per secoli le madri sono state le grandi registe, e c’è un mondo esterno, un mondo di uomini che si mantiene estraneo e distante, e che però su questo disciplinamento dei corpi femminili ha fondato le proprie strategie di potere. A tenere insieme e dare coerenza a questi due mondi così distanti tra loro c’è una pratica cruenta, che stringe in una morsa tutta la fascia dell’Africa subsahariana, e che costituisce l’espressione simbolica di un complesso sistema economico e sociale di strategie matrimoniali diffuso in maniera capillare in tutta l’area. Si tratta di un meccanismo di dominio fondato sul prezzo della sposa, cioè sul compenso che la famiglia del futuro marito versa alla famiglia della futura moglie in cambio di una donna illibata, il che vuol dire circoncisa (escissa o infibulata che sia), pronta a rispedirla al mittente e a riprendersi il compenso versato... se la donna non è operata come si deve. Il valore di una sposa dipende infatti dalla sua verginità e le mgf sono una forma di protezione che inibisce nella donna desideri e tentazioni di rapporti prematrimoniali, ma che soprattutto la preserva e la difende da violenze e stupri».
Fra tanta incertezza circa l’origine del fenomeno delle mutilazioni genitali domina una certezza: l’islam non ha nulla a che vedere con la diffusione in territorio africano di questa antica pratica ad esso antecedente. Scrive ancora Carla Pasquinelli: «L’attribuzione che spesso viene fatta all’islam... è probabilmente dovuta alla facilità con cui si è saputo adattare al tessuto tradizionale conformandosi al modo di vita locale. La sua penetrazione, infatti, è stata resa possibile dalla presenza nelle culture africane di alcuni elementi (come le strutture patrilineari e la concezione di Dio fondata su un forte senso di dipendenza), che ne hanno favorito l’accettazione, permettendogli di radicarsi nel tessuto tradizionale molto più di quanto non siano riuscite a fare le varie chiese cristiane che si sono impegnate alcuni secoli più tardi nell’evangelizzazione del continente africano... Questo diverso atteggiamento della religione islamica e di quella cristiana si riflette anche nella percentuale di donne sottoposte alla mutilazione dei genitali nei due contesti. Le cifre parlano chiaro: mentre in area cristiana (dove predomina la clitoridectomia) le percentuali oscillano tra il 20 e il 50, in area islamica (in particolare nel Corno d’Africa, dove l’infibulazione è di rigore) si toccano punte che vanno dall’80 al 100%. Con il tempo l’identificazione dell’islam con la tradizione indigena non ha fatto che rafforzarsi, a tal punto che è stato il maggior responsabile della diffusione delle mutilazioni genitali femminili fuori dell’Africa, esportandole tra l’altro in Indonesia e Malesia».
Bibliografia - The circumcision of women, a strategy for eradication (a cura di Olayinka Koso-Thomas), Zed Books Ltd, London - Antropologia delle mutilazioni dei genitali femminili, una ricerca in Italia (a cura di Carla Pasquinelli), Aidos - Special needs of ritually circumcised women patients (a cura di Hanny Lightfoot-Klein - Evelyn Shaw), in «Jognn, principles & practice» - Figlie d’Africa mutilate. Indagini epidemiologiche sull’escissione in Italia (a cura di Pia Grassivaro Gallo), Editrice L’Harmattan Italia, 1998 - Nous protégeons nos petites filles (a cura de la «Prefecture d’Ile-de-France») - Il corpo offeso, in «Sapere», 1994 - The sexual esperience and marital adjustment of genitally circumcised and infibulated females in the Sudan (a cura di Hanny Lightfoot-Klein), in «The Journal of sex research», 1989 - L’histoire de Fatoumata (a cura di «Campagne pour l’éradication des mutilations génitales féminines») - Mutilazioni dei genitali femminili. Una questione di relazioni tra uomini e donne, diritti umani e salute (convegno), Torino, luglio 2001, OIL - Figlie d’Africa mutilate, anche in Italia (convegno), Torino, febbraio 1999 - Infibulazione tra diritti umani e identità culturale (a cura del CSA, Centro Piemontese di Studi Africani, Associazione Frantz Fanon, Istituto Avogadro), Torino 1998 - Pharaonic circumcision of females in the Sudan (a cura di Hanny Lightfoot-Klein), in «Medicine and Law», 1983 - Observation ethnopsychiatrique de l’infibulation des femmes en Somalie (a cura di Michel Erlich) in «Terrain Ethnologique» - La lunga marcia delle donne contro l’infibulazione, in «Tam Tam», 1995 - Waris Dirie, Fiore del deserto. Storia di una donna, Garzanti Editore, 2000 - L'excision hors la loi (a cura di Karine Sidibe), in «Le Temps de l'Afrique noire», novembre 1996 - La salute delle donne e le mutilazioni sessuali: un problema della società multietnica (a cura di Elisabetta Cirillo), in «Politica del Diritto», marzo 1992 |
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