SAN PEDRO (COSTA D'AVORIO): missione nella «bidonville»

LUOGO DI
            RIFIUTI

di Benedetto Bellesi

 

Secondo porto della Costa d’Avorio, San Pedro gode di un non invidiabile primato: tre quarti dei suoi 200 mila abitanti vivono nel Bardot, la più grande bidonville dell’Africa occidentale, in una situazione di degrado e disperazione. Vi lavorano i missionari della Consolata.

 «Fin dall’inizio della nostra presenza abbiamo detto al vescovo che non ci saremmo occupati di costruzioni, ma di formazione della comunità» spiega padre Armando Olaya, colombiano, mentre visitiamo un grande salone costruito dalla diocesi, in attesa della cattedrale, per accogliere i fedeli della parrocchia affidata ai missionari della Consolata a San Pedro.

Dall’altura lo sguardo spazia su una parte del territorio parrocchiale: case e casette in ordine sparso in un mare di verde e di foschia. Il resto è nascosto da una collinetta che, appena aggirata, rivela una distesa immensa e senza interruzione di tetti di lamiera grigi e arrugginiti.

Procedendo a passo d’uomo per un’ampia strada polverosa e sconquassata, sbuchiamo all’improvviso nel cuore della città, tra edifici moderni di banche, negozi, centri commerciali. A ricordare il passato coloniale rimangono, in prossimità del porto, due bianche zanne di elefante in lamiera e un trenino, quasi un giocattolo in rottamazione.

COSTA DI MALAGENTE

Anche il nome ricorda un pezzo di storia. Qui sbarcarono, la prima volta verso il 1470, gli esploratori portoghesi e trovarono un piccolo villaggio di pescatori kru, appollaiato alle foci del fiume Hé: fiume e villaggio furono battezzati col nome di São Pedro. Lo stesso fecero più a est, col fiume São Andrea (da cui Sassandra), e a ovest col promontorio di Cabo Palmas, oggi Cap Palmas, ai confini con la Liberia: tre nomi rimasti come firme della presenza portoghese nella regione.

Col passare dei secoli, le coste videro sfilare le navi portoghesi, olandesi, inglesi, francesi, che a turno occuparono il litorale alla ricerca di pepe e altri prodotti esotici. I contatti con gli europei dovettero essere difficili, a volte cruenti, se la zona tra Cap Palmas e Sassandra fu chiamata «Costa di Malagente», titolo che resistette a lungo sulle carte geografiche.

Poi, con le buone e con le cattive, gli europei imposero alla «malagente» i loro commerci: caricavano rame e minerali vari; avorio soprattutto: ce n’era una tale quantità che gli olandesi ribattezzarono la zona Tand Kuts, Costa d’Avorio, appellativo poi esteso dai francesi al resto del paese.

Tra il xvi e xviii secolo la Costa di Malagente, come il resto delle terre affacciate sul Golfo di Guinea, fu dissanguata dal traffico degli schiavi. Quando lo schiavismo fu abolito, la regione ricadde nell’oblio: alla fine del 1800, tra Tabou e Sassandra, pochissime imprese commerciali mantenevano ancora i propri empori.

A San Pedro era rimasta la compagnia francese Kong, guidata dal suo fondatore Arthur Verdier. Con coraggio e caparbietà, costui continuò i suoi disgraziati affari, tenendo testa agli inglesi che, per farlo sloggiare, depredavano le sue navi in continuazione. Finché nel 1885 arrivarono i francesi per occupare il litorale, penetrare nell’interno e colonizzare la regione.

CITTÀ COSMOPOLITA

Clima, malaria e ostilità delle popolazioni diedero filo da torcere ai soldati, molti dei quali ci lasciarono la pelle. Ma nel 1893, tutta la Costa d’Avorio era sotto il controllo francese, col titolo di colonia indipendente. San Pedro riprese quota: con materiale portato dalla Francia, il governo vi fece costruire un padiglione per la dogana, la residenza dell’amministratore e un faro, il primo della Costa d’Avorio.

Nel 1900 il governo donò alla compagnia Kong quasi 3 mila kmq di foresta attorno a San Pedro, per indennizzare il patriota Verdier degli sforzi sostenuti per mantenere la presenza francese sul territorio. Cominciava la corsa allo sfruttamento del legname e alle coltivazioni di caffè, cacao e caucciù.

Nel 1968, otto anni dopo l’indipendenza, il governo dichiarò la regione sud occidentale secondo polo di sviluppo del paese, lanciando un vasto programma chiamato Arso (Aménagement de la région du Sud Ouest). San Pedro cominciò a cambiare i connotati: fu dotato del porto autonomo, insieme a varie strutture commerciali e industriali. In poco tempo il piccolo borgo diventò una città moderna e polmone economico della regione circostante.

Incremento di colture da esportazione nelle zone rurali, costruzioni di infrastrutture e industrie per la lavorazione del cacao, caffè e legname attirarono manodopera in continuazione. Ai gruppi etnici locali (kru, bakué, néyo) si aggiunsero quelli provenienti dall’interno della Costa d’Avorio (baoulé, wobé, guéré, yakouba, malinké, mahou, senoufo, koulango, abron, agni) e dai paesi circostanti.

Oggi San Pedro conta circa 200 mila abitanti; è una città cosmopolita con grosse colonie di burkinabé, maliani, liberiani, guineani, ghaniani, nigeriani, mauritani e alcuni europei e libanesi.

REGNO DELLE ZANZARE

Dalla cité torniamo al Bardot, la più grande bidonville dell’Africa occidentale. Nata spontaneamente come quartiere provvisorio per la mano d’opera impiegata nella realizzazione di infrastrutture urbane e portuali, è cresciuta a dismisura con l’arrivo di masse disperate in cerca di lavoro, fino a contenere i due terzi della popolazione di San Pedro.

Padre Armando mi fa visitare una piccola parte della sua parrocchia, per rendermi conto della situazione. «Wabù! Wabù!» (bianco) ci salutano i bambini, correndoci incontro per stringerci la mano. «Quando racconto che mi chiamano “bianco”, i miei compaesani si mettono a ridere» racconta sorridendo il padre, la cui carnagione sembra caffè espresso. Qualcuno, pochi in verità, saluta dicendo «mon père» (padre), segno che sono cristiani.

Padre Armando scherza con tutti, mentre osservo con costernazione le lunghe file di baracche di legno, addossate le une alle altre, facendo bene attenzione dove posare i piedi. Tutte le stradette, infatti, assomigliano a letti di torrenti, con ciottoli frammisti alle immondizie domestiche buttate a casaccio davanti alle abitazioni. L’assenza di fognature, poi, fa sì che le vie si trasformino in fogne a cielo aperto, con tratti di  liquame ristagnante. 

In fondo a molte strade, in un avvallamento acquitrinoso, ci imbattiamo in mucchi di immondizia in cui ruspano galline, grufolano maiali e capre e giocano i bambini.

Tutto ciò favorisce la proliferazione di zanzare, che al Bardot regnano sovrane. Si sono fatte varie campagne per combatterle, ma la gente sembra abituata e rassegnata a convivere con esse e alle relative febbri malariche. Ma i centri sanitari sono sempre pieni. Più della metà dei pazienti accolti nelle strutture sanitarie di San Pedro viene dal Bardot, in maggioranza con malattie legate alla malaria. Tutti ne sono colpiti; ma i più vulnerabili sono i bambini al di sotto dei 5 anni.

Il degrado ambientale porta con sé quello sociale. Oltre che nido di zanzare, Bardot è anche covo di briganti di strada: assenza di pianificazione stradale e di elettrificazione, fa di alcune zone del Bardot un rifugio ideale per i malviventi e un rischio per chi si azzarda ad entrarvi. Il 30 aprile 2001, un commissario di polizia, sulle tracce di una banda di malfattori, fu abbattuto con una pallottola al cuore.

Una di queste zone, la parte sud del Bardot, è soprannominata Colombia, nome dato non a caso: vi si concentrano i più grandi spacciatori e narcotrafficanti; la droga è consumata sotto gli occhi dei passanti.

Il settore chiamato Zimbabwe è tristemente famoso per il numero di aggressioni a mano armata, di giorno e di notte. Al commissariato di polizia vengono segnalati almeno 35 casi di furti, aggressioni e violenze giornaliere: più di mille al mese.

Insalubrità e malattie, aggressioni, crimini e droga fanno vittime tutti i giorni. Il Bardot è il quartiere di tutti i pericoli. Per evitarli, siccome il sole sta per tramontare e le tenebre calano in fretta, ci affrettiamo a rincasare.

A LUME DI CANDELA

Il complesso della missione è molto semplice: la chiesetta in muratura, dedicata alla Madonna d’Africa, un fabbricato in mattoni addossato alla cappella e, pochi metri a fianco, una casetta di legno dove padre Olaya vive insieme al collaboratore e connazionale padre Martin Serna. Esternamente essa appare più decente delle altre catapecchie, ma è altrettanto scomoda all’interno: senza luce elettrica né acqua corrente. Al calar della notte, si accendono le lampade a petrolio e si cerca il cesso a lume di candela.

«Fin dal nostro arrivo, nel 1997, ci siamo proposti di lavorare con i poveri e non per i poveri» attacca padre Armando, accentuando «con» e «per», in modo da spiegare il suo metodo missionario assai spartano. Per questo ha scelto di costruire l’abitazione in legno, riservando il fabbricato in muratura alle attività comunitarie.

Nei primi anni i missionari andavano in bicicletta, come i più fortunati del Bardot; poi si sono rassegnati a comperare una vettura di terza o quarta mano, per potersi occupare dei 18 villaggi compresi nel territorio parrocchiale, alcuni dei quali a una cinquantina di chilometri da San Pedro. Di essi si occupa soprattutto padre Martin: parte al martedì e ritorna la domenica, passando la settimana nelle comunità rurali. Padre Armando rimane al Bardot, ma si è aggiornato: quando non gira a piedi, cavalca un ciclomotore, zigzagando e pedalando che è un piacere.

CRESCERE CON LA GENTE

«Al nostro arrivo c’era un centinaio di fedeli - continua il padre -; oggi sono quasi due mila. La comunità è cresciuta piano piano e il vescovo ne ha fatto la parrocchia della cattedrale, spostando il centro della comunità fuori del Bardot. Anche quando il parroco dovrà abitare nella nuova sede, noi speriamo di rimanere qui, insieme alla gente».

Da quando è stata costituita la parrocchia, i missionari hanno assunto l’impegno di creare strutture adeguate: consigli, commissioni e gruppi vari, quasi una quarantina, che organizzano lavoro e vita della comunità: catechesi, pastorale giovanile,  accoglienza, servizio dei malati e della carità.

«Ma le comunità di base sono la mia passione - continua padre Armando -. Una volta la settimana, verso le 7 di sera, si radunano nel proprio quartiere a lume di candela o di lampade a petrolio e si confrontano con la parola di Dio e i problemi di ogni giorno. È un’esperienza molto bella vedere come cresce la comunione vera, senza divisioni, nonostante le diversità etniche; e i poveri che partecipano attivamente alla vita della parrocchia, assolvendo alle responsabilità e servizi vari.

Insistiamo perché tutto passi attraverso la comunità di base, anche l’ammissione al battesimo e agli altri sacramenti. Quando una persona vuole entrare nella chiesa cattolica, per esempio, viene accolta nella comunità di base, partecipa alla sua vita e vi riceve l’istruzione necessaria, fino a quando è ritenuta pronta per ricevere il battesimo».

«Oltre alla formazione, avete iniziative sociali e di promozione umana?» domando timidamente.

«Più che al lavoro sociale, il nostro impegno è rivolto alla formazione della comunità - ribadisce il padre -. Ma qualche attività sociale l’abbiamo già avviata, come il piccolo dispensario, dove i poveri trovano medicine a prezzo inferiore a quello praticato da farmacie e strutture pubbliche. Ora stiamo lavorando a un progetto per raccogliere i bambini di strada e offrire loro la possibilità di imparare a leggere e scrivere, fare oggetti di artigianato o apprendere un mestiere. Ho già preso accordi con una comunità religiosa laicale che se ne assumerà la direzione. Abbiamo i fondi per costruire il fabbricato; ma manca il terreno e non è facile ottenerlo. Esso appartiene al comune, che non lo concede, dicendo che qui tutto è provvisorio».

La scuola è uno dei problemi più gravi del Bardot. Quelle esistenti sono insufficienti e mal tenute. Con la scusa che tutto è provvisorio e che gli abitanti sono stranieri, il governo non è interessato a fornire l’istruzione e altri servizi essenziali. A tale mancanza suppliscono le scuole private, costituite da baracche di canne, alcune assi per far sedere i bambini e un maestro che sa leggere e scrivere e si fa pagare qualcosa per sbarcare il lunario. Nonostante ciò, sono migliaia i ragazzi che passano tutta la vita sulla strada.

«Le sfide del Bardot sono infinite - conclude padre Olaya -. Vorremmo fare tanti progetti, ma andiamo adagio: vogliamo che sia la comunità a muoversi. La gente è abituata a ricevere. Prima dobbiamo aiutarla a cambiare tale mentalità, per non perpetuare dipendenze e crearne di nuove. Anche questo fa parte della formazione».

© Missioni Consolata 2002