| Le vostre
lettere alla redazine
Cari missionari |
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Mosca: dialogo tra ortodossi e cattolici Egregio direttore, quanto fu affermato da Aleksej Uminskij, prete ortodosso a Mosca, su Missioni Consolata di marzo 2001, è in contrasto con gli orientamenti del patriarcato di Mosca. Allego un’intervista ad Ilarion Alfeev del patriarcato. Ho scritto a padre Aleksej, ma la lettera è tornata indietro, perché è un emerito sconosciuto... Tentate anche voi la rinascita della chiesa cattolica del beato Leonida Fedorov, esarca bizantino russo. don Vito Tedeschi, Carife (AV) Nel luglio del 2000 padre Ilarion Alfeev disse che la chiesa ortodossa russa intende continuare il dialogo con quella cattolica. Ci auguriamo che sia vero, nonostante qualche passo indietro (anche recente).
Pigmei, come le scimmie Cari missionari, per continuare il discorso sulla Repubblica Centrafricana (Missioni Consolata, gennaio 2002), aggiungo che nel paese vi sono altre persone che pagano un tributo ancora più alto di quello denunciato: sono gli aka, un gruppo del popolo pigmeo. Autori di abusi e discriminazioni non sono solo i bianchi, ma anche i neri. Contro gli aka delle selve centrafricane congiurano un po’ tutti, perché le foreste fanno gola a tanti, perché tante sono le ricchezze: dal legname pregiato ai diamanti, dai principi terapeutici contenuti in radici, foglie e cortecce agli animali; ad esempio, gli elefanti alimentano il traffico dell’avorio, dei trofei, della bushmeat (selvaggina, che coinvolge pure africani immigrati in Europa). Se le donne del Centrafrica sono vittime di una mentalità maschilista, quelle aka lo sono di più, perché, per le etnie dominanti, gli aka non sono esseri umani, come non lo sono i baka e bambuti che vivono in Camerun, Gabon e nei due Congo. Se prostituzione, droga e alcool sono piaghe per tutti, per i pigmei lo sono maggiormente, perché la loro semplicità li rende più vulnerabili alle insidie di chi, col pretesto della civiltà, vuole la loro rovina. Se per decine di milioni di africani l’accesso ai farmaci contro Aids, tubercolosi, oncocercosi, meningiti e lebbra è difficile, per i pigmei lo è maggiormente; infatti, per molti bantu, la morte di un pigmeo equivale a quella di una scimmia. «Il primo uomo della nostra tribù - disse un pigmeo ad un antropologo giunto nella foresta dell’Oubangui/Chari negli anni ’20 - nacque da una cagna, che partorì sotto le bastonate di un negro, suo padrone». Leggendo resoconti di missionari e volontari, mi pare che si sia fatto poco per aiutare i pigmei a superare il loro senso di inferiorità e molto, invece, per aumentarlo: persone, fiumi e foreste sono alla mercé di devastatori e depravati. Ha ragione chi ritiene l’Aids un castigo di Dio? Non lo so. Ma so che, se Aids e altre patologie letali (provocate dal virus Marburg o Ebola) possono tanto, è anche perché alcuni uomini hanno osato molto nell’alterare sia gli ecosistemi forestali (un tempo vergini) sia i rapporti interpersonali. Quanto queste due realtà siano correlate è confermato anche da Richard Preston, che inizia il libro Area di contagio con una storia di promiscuità, consumata in un ambiente naturale... particolare, dal quale razionalità e buon senso suggerivano di stare alla larga. Francesco Rondina, Fano (PS)
Siamo grati al lettore di aver continuato il discorso sul Centrafrica, portando alla ribalta anche i pigmei... A quelli della repubblica democratica del Congo abbiamo dedicato recentemente due articoli (M C, dicembre 2000; aprile 2001).
Il «post scriptum» Spettabile redazione, mi permetto di criticare il post scriptum dell’editoriale di febbraio 2002. Alcuni dati, relativi allo stipendio e ai privilegi dei parlamentari, si basano su una «bufala» che sta circolando da mesi su internet. Si possono trovare molti dettagli a questa pagina: www.attivissimo.net/antibufala/stipendiparlamentari/htm Con questo non voglio negare che i nostri deputati guadagnino troppo o che non abbiano troppi favori. Ma è giusto essere corretti e documentati. don Federico Cretti (via e-mail)
Era quanto si augurava l’autore dell’editoriale, il cui post scriptum era uno sfogo.
E chi replica? Spettabile redazione, trovo sconcertante che pubblichiate le «voci islamiche sul nuovo scenario mondiale» (Missioni Consolata, dicembre 2001), senza un commento. Se è possibile esprimere la propria opinione, è pure doveroso osservare come essa sia confutata dalla realtà sotto gli occhi di tutti. p Stragi negli Stati Uniti: le folle arabo-palestinesi (e pakistane) hanno dimostrato, con canti e balli, la loro approvazione agli attentati dell’11 settembre e alle folli missioni dei kamikaze. p Cristiani in paesi islamici: in quasi tutte le nazioni i cristiani sono sottoposti a limitazioni, che vanno dal «semplice» impedimento fino all’arresto e pena di morte per la professione di fede (non risulta che in Occidente una legge dello stato punisca chi è di altra religione!). p Questione femminile: la frase «la donna ha grande dignità nella società islamica» è smentita dalla realtà (adultere lapidate, donne sottoposte a divieto di studiare e farsi curare, mogli e figlie dipendenti dalla volontà insindacabile dell’uomo, ecc.). Il vostro compiacimento solleva dubbi su ciò che vi anima: compiacimento nel dare largo spazio a opinioni antidemocratiche, antifemministe, reazionarie, nostalgie di un mondo premoderno, tribale e feroce, senza concedere analogo spazio a precisazioni e doverose confutazioni. Il cristianesimo ha il merito di aver permesso all’occidente la conquista più grande: una società dove, pur tra disuguaglianze e mali, nessuno è ucciso per le sue idee politico-religiose; dove la donna ha acquisito pari diritti e dove c’è netta separazione tra religione e stato; dove è permesso il dissenso, che si esprime nel voto e nel manifestare le proprie opinioni. Non è così nei paesi arabo-islamici, che nutrono rancore, misto ad invidia, verso il mondo moderno. Silvia Novarese, Torino
Riteniamo di avere risposto alla sua lettera, commentando quella di Maurizio Altemani e una «lettera firmata» (MC, marzo 2002; aprile 2002). Circa la «condizione femminile», il dossier di questo mese ci pare eloquente.
Spaventevoli errori Gentile direttore, sul numero di gennaio 2002 Cinzia Vaccaneo, di Torino, ritorna sulla mia lettera, che ho riletto e che, tolti due punti di sarcasmo, riconfermo. Le distanze sono al momento incolmabili: quando un’economista scrive che «spesso le nuove aziende non nascono per dare nuovi posti di lavoro, ma per creare nuovi ricchi», vuol dire che la malattia che v’ha preso e spargete a piene mani è molto grave. Non altrimenti potrebbe spiegarsi come e perché, a confronto di molte vostre tesi, Bertinotti appaia un tranquillo signore con idee un po’ blasé. Allora non ha senso parlare, perché siamo su pianeti diversi; meglio tacere e attendere. Molto meglio meditare con calma. Pacatezza ci vuole, che non sussiste scrivendo sulla posta di un giornale o parlando in tivù, essendo ognuno troppo preso dall’assillo di vincere il duello. Ricordando certi vostri commenti sui fatti di Genova, allego «Profezie di Genova», che cominciai un anno fa, presago e sicuro di quel che sarebbe successo a luglio. Da una vita sono circondato da «compagni»... Ho la presunzione di conoscere bene il vostro sentire, da dove viene, come è penetrato e s’è fatto forte, su quali equivoci poggia. Ma conservo verso i vostri spaventevoli errori tutta l’umanità e civile comprensione. Il mio prossimo lavoro metterà a fuoco il rapporto tra comunismo e cattolici. Missioni Consolata mi è indispensabile. Saluti e salute. Luigi Fressoia, Perugia
Salute pure a lei e grazie per «l’umanità e civile comprensione» verso i nostri «spaventevoli errori». A proposito, forse ne ha commesso uno anche lei, non spaventevole come i nostri: la citazione dell’economista Vaccaneo, staccata dal contesto della lettera, ne inficia il pensiero. Intanto continuiamo a pubblicare le sue lettere critiche, come quella nel dossier di aprile.
I benpensanti che fanno? Cara Missioni Consolata, non mollare! Trovo intrisi di valori cristiani, cioè rispondenti a quanto dice Gesù, i tuoi articoli e le sagaci risposte a chi ti accusa di essere una rivista fatta da «miscredenti»! Criticare le multinazionali o il governo americano crea nemici, perché la gente si aggrappa disperatamente a ciò che ha: teme che chi non ha niente glielo possa togliere. E dire questo dà molto fastidio. Perciò ci si trincera dietro l’essere dei «benpensanti»... che ben pensano, appunto, ma niente fanno, arroccati nei propri averi e incattiviti contro chi fa loro notare l’evidente ingiustizia. Cara rivista, un’altra cosa apprezzo molto di te (che non mi aspettavo essendo tu cattolica): è il rispetto per le altre religioni. Anche per questa tua mancanza di «evangelizzazione» alcuni ti criticano, come se si dovesse aiutare il prossimo in cambio della sua conversione! Il tempo delle crociate, di cui anche il papa si è scusato, è ancora vicino per troppi! Che cosa dovrebbe essere, allora, la solidarietà? Aiutare il prossimo, perché non è giusto che chi ha avuto la fortuna di nascere nel ricco occidente diventi sempre più opulento sulle spalle di chi vive in altre parti del mondo. So che è brutto sentirselo dire. Ma sappiamo tutti che, se possiamo avere il videoregistratore o la lavastoviglie, è perché in uno sperduto villaggio africano qualcuno si fa a piedi decine di chilometri al giorno per avere una tanica d’acqua e... prendersi il tifo o l’epatite, da cui non può guarire perché non ha soldi: soldi, invece, che noi usiamo contro la caduta dei capelli o smagliature. Non è giusto che la maggioranza delle persone si ammazzi di fatica per sopravvivere (non dico «vivere»), mentre qui si parla di fitness e cellulite, mentre si porta il cane a limarsi le unghie! E magari avendo pure l’insolenza di pensare che la nostra religione (che è pure la mia e mi ha fatto conoscere tanti valori inopinabili) sia migliore delle altre. Questo è un pretesto per lavarsi i sensi di colpa. Cara rivista, accanto ai cattolici benpensanti che ti rifiutano, hai anche una «non molto cattolica» che ti apprezza molto. dott. Silvana Rocchetti, Milano
Dalla città della Fiat Caro direttore, sono abbonata a Missioni Consolata da molti anni. I suoi articoli fanno riflettere. Commento la lettera «Lo struzzo e noi», di Teresa C. Frigieri di Maranello (settembre 2001). Abito a Torino, la città della Fiat... che in questi tempi licenzia, non apertamente, ma con prepensionamenti, cassa integrazione, mobilità e mancato rinnovo dei contratti ai semestrali. Quante situazioni gravi in questa parte d’Italia! C’è anche chi, sfiduciato, si è tolto la vita per avere perso il posto di lavoro... Quando penso agli stipendi dei piloti di Formula uno (e dei calciatori) e al costo dei loro bolidi (che durano così poco), mi sento un pugno nello stomaco. La lettera della signora Teresa mi suggerisce l’interrogativo: è necessario essere nel benessere per, poi, aiutare i poveri sfruttati? Non è più giusto dare a ciascuno il giusto guadagno e permettergli di terminare la carriera lavorativa? Quanto al parroco di Maranello, lodato dalla signora, che conosco solo per il suono delle campane, mi augurerei che non dimenticasse quanto scritto dal signor Rondina (MC, aprile 2001). Giovanna Isacco, Torino
Più fiducia nel bene
Le lettere di qualche abbonato sono come grida disperate: come se, dopo avere dato tutto, non si ricevesse nulla... Bisogna avere più fiducia nel fare il bene; credere che è l’unica soluzione per togliere le ingiustizie e creare una democrazia. «Non c’è bene che non si faccia!» dice uno scrittore tedesco. Solo con il buon esempio riusciremo ad educare; il resto lo dobbiamo accettare... Durante una predica ho sentito che un vero cattolico va contro corrente e io mi chiedo se abbiamo la forza necessaria... Vorrei che qualche lettore conoscesse i missionari della Consolata un po’ più dal vero, per andare contro corrente. Flavio Azzolini, Berlino (Germania)
Una figlia mi ha suggerito l’abbonamento alla vostra rivista. Ora vi dico grazie. Con i miei 85 anni, le relazioni si sono ridotte all’osso; mi resterebbe la televisione, ma sto imparando a farne a meno, tanto mi disgusta. Così il mio sguardo sul mondo passa attraverso la vostra bella rivista. Non sono andata molto a scuola (però ho fatto laureare i miei tre figli); così apprezzo la semplicità con cui scrivete, le belle fotografie e, soprattutto, la carità con cui trattate tutti gli uomini e le donne del mondo. Un materno abbraccio a lei, caro direttore, e a tutta la redazione. Pia Montebelisciani Fermo (AP)
Signora Pia, ricambiamo confusi l’abbraccio... e riproduciamo in «verde» la sua lettera, perché ci carica di speranza. Da noi tutti grazie.
Pro e Contro una lettera Ma nessuno è imbecille In merito alla lettera «Chi è imbecille?» e relativa risposta (Missioni Consolata, febbraio 2002), esprimo due considerazioni. L’autore indubbiamente è andato oltre le righe. È però evidente che il suo limite di sopportazione, di fronte al dilagante masochismo (in ogni aspetto della vita) e all’appannamento dell’identità cristiana, tesa forse a capire più le altre identità che la propria, palesa una abbondante saturazione. La lettera ha posto sul tappeto problemi non indifferenti, di fronte a generale malessere ed apprensione. La risposta non fa onore al direttore, che si è defilato con battute di dubbio gusto e che, forse, appaiono impertinenti. Che ne sa lui di chi fa le offerte?... E sorridere sulle scuse (non dei mea culpa) del papa non mi sembra tanto disdicevole, se penso alle strumentalizzazioni che sulle stesse si sono imbastite e che, pure recentemente, dal rabbino capo di Roma continuano ad essere oggetto di biasimo. Luisa Milani - Roma
I missionari ricevono offerte da chi è «povero davanti a Dio». Se tale affermazione è stata impertinente, ce ne scusiamo... Mutatis mutandis anche Giovanni Paolo II ha riconosciuto gli errori dei cristiani e della chiesa e ha chiesto scusa. Il gesto non è stato gradito da alcuni, che hanno «sorriso» o strumentalizzato il fatto. A noi non piacciono né i sorrisi né le strumentalizzazioni. Riteniamo «verbale» la distinzione tra «mea culpa» e «scusa»: infatti entrambe, per essere salutari, esigono un comportamento diverso rispetto al passato. È ciò che più conta. Psicologicamente la «saturazione» è comprensibile; ma non lo è nello spirito evangelico, soprattutto se diventa ritorsione. È necessario credere nel dialogo. Il papa afferma: «Il modo appropriato e più consono al vangelo, per affrontare i problemi che possono nascere nei rapporti tra popoli, religioni e culture, è quello di un paziente, fermo quanto rispettoso dialogo». La lettera dell’«imbecille» è vergognosa. L’autore offende il direttore della rivista «sapendo che, da bravo prete, cestinerà schifato» il suo scritto; ma si vanta di essere nipote di un grande prete, di avere una sorella e una figlia missionarie. Signor direttore, lei ha avuto la discrezione di non rivelare il nome del mittente... altrimenti zio, sorella e figlia arrossirebbero di vergogna; se defunti, certamente si rivoltano nella tomba di fronte agli sragionamenti del loro parente. Carlo Mannino - Brindisi
Signor Carlo, non cada in trappola usando gli stessi toni dell’«imbecille». Anche perché nessuno lo è del tutto.
Apprezzo Missioni Consolata fin dal 1955. Caro direttore, continui così, con una rivista sempre più ben fatta e ricca di articoli documentati, con informazioni pacate ed obiettive, che consentano ai lettori di controbilanciare una «civiltà» basata solo sull’apparenza, sui sondaggi e sulla ricchezza. Un plauso anche per essere diventati Missioni Consolata Onlus; così le offerte ai missionari si possono detrarre nella denuncia dei redditi. Da ultimo, un commento alla lettera «Chi è imbecille?». Mi sembra che l’autore ritenga che la storia si sia fermata all’Antico Testamento... con l’osservanza formale della legge. Egli forse dimentica che sono passati 2000 anni da quando un certo Gesù ha insegnato e dimostrato con la vita che ciò che conta è amare Dio e i fratelli. Riccardo Cignetti - Caluso (TO)
Solidarietà, solidarietà, solidarietà a lei, direttore, e «pollice giù» verso «Chi è imbecille?». L’autore ha tanti missionari in famiglia e vi attacca duramente. Io ne ho uno solo e faccio parte di un gruppo di azione missionaria. Insegno anche italiano ai giovani extracomunitari che arrivano in città privi di tutto, persino di manifestare il desiderio di condizioni di vita più umane rispetto a quelle che hanno lasciato. Senza retorica, la gioia che provo con questi ragazzi, la ricchezza che mi danno sono difficilmente raccontabili. La scorsa lezione eravamo 13, di 13 nazioni e 4 continenti. Religione? Non chiedo mai quale sia la loro. Ci sono anche Rachid e Adel: durante lo scorso ramadan, al tramonto, mi hanno chiesto con esitazione di uscire un attimo per mandar giù un boccone. Anche a nome dei miei amici immigrati, non le dico «resista, resista, resista», perché potrebbe sembrare partigiano. Dico semplicemente «grazie!». Rita Viozzi - Ancona
Penso che Missioni Consolata sia sempre un appuntamento con l’umanità. Ogni numero porta con sé un carico di gioia e dolore, di speranza e angoscia che allarga gli orizzonti e va oltre i soliti circuiti di notizie: le patinate serie di ovvietà e le ciniche ricerche di questa o quella verità cui, i media «tradizionali» ci hanno abituato. Non ci sono giudizi, sentenze, né posizioni integraliste nei vostri articoli, ma piccole-grandi storie, che possono essere definite «micromodelli di universalità»: parlano di persone e fanno parlare le persone. Uno dei vostri pregi è quello di rendere ordinaria (non occasionale) la voce dei semplici, di coloro che non hanno spazio nei network, senza per questo costruire barricate ideologiche contro ricchi e potenti. I paradigmi conflittuali non vi appartengono e chi li intravvede ha forse gli occhi appannati. La scelta dei semplici non è ideologia. Ricordarlo è un dovere della comunità-umanità cristiana. Amici, andate avanti così... Gianmarco Machiorlatti Albano (RM)
Il signor Gianmarco termina con la seguente citazione: «Le gioie e le speranze, i dolori e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti quelli che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, i dolori e le angosce dei discepoli di Cristo» (Gaudium et Spes, 1). Straordinario!
Il buon samaritano non è... comunista Su Missioni Consolata di gennaio 2002 leggo con amaro disappunto la lettera di Giancarlo Telloli, che strumentalizza in chiave marxista la parabola del buon samaritano. Il direttore, sempre compiacente in questi casi, avrebbe dovuto avere il buon senso di non pubblicarla o farla seguire dal commento di un sacerdote preparato, che chiarisse la portata spirituale e temporale della parabola ben diversa da quanto scritto, che offende Nostro Signore e ogni credente. Il signor Telloli ignora la storia (o finge di farlo). I comunisti Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot, Milosevich... hanno tanto «amato» il prossimo da causare decine di milioni di vittime con i campi di concentramento e di «rieducazione» (iniziati da Lenin nel 1918, e continuati da Stalin e da emulatori), lo sterminio di intere popolazioni, le fosse comuni, le deportazioni in Siberia (anche di sacerdoti e credenti), ecc. Esistono molteplici prove storiche inoppugnabili: basti pensare ad Arcipelago Gulag di A. Solzenicyn, alle opere dello studioso di statistica I. Kurgemov e ai documenti di molti altri. Mi fermo per non stimolare l’autoironia del direttore, che, alle domande dei lettori che inchiodano vescovi, preti e fanatici o interessati esaltatori del marxismo, non risponde mai. Dove vuole arrivare? Ad una chiesa come quella di stato cinese o quella ortodossa di Mosca del periodo comunista? Diventare così funzionari di partito e di chiesa con stipendio e pensione? Siamo in molti a sperare di meglio. Per la regola dell’alternanza, non sarebbe meglio che direttore e compagni lasciassero la redazione ad altri, per andare o ritornare nelle missioni? Con amore per la verità Piero Gonella - Torino
Al «buon samaritano... comunista» abbiamo risposto su Missioni Consolata di aprile. Abbiamo riflettuto un po’ sulla coerenza. Circa il nostro giudizio su Lenin, Stalin e Mao, forse il lettore non ha avuto modo di leggere i nostri numeri monografici su Urss e Cina (ottobre 1988 e aprile 1981). Ci siamo pure ricordati di Pol Pot (aprile 1983), dell’invasione sovietica dell’Afghanistan (dicembre 1989 e febbraio 2002) e dell’Est europeo (marzo 1990). Né abbiamo scordato Milosevich (luglio 1999). Ogni lettera (e sono tante) trova spazio, cui rispondiamo (talora) con poche righe. La ragione è semplice: lo spazio è ridotto e, pertanto, preferiamo lasciarlo il più possibile ai lettori, che tra l’altro dimostrano di sapersi rispondere molto bene... Pienamente d’accordo sulla «regola dell’alternanza»... E magari avessimo autoironia! Autoironia, che il martire inglese san Tommaso Moro (1477-1535), vittima del potere, chiedeva ogni giorno al Buon Dio come grazia. |
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