| GUERRA
AFGHANA/ Incontro con Giulietto Chiesa
SEMPRE BUGIE a cura di Maurizio Pagliassotti |
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I taleban sono nati con l’assenso del Pakistan e, di conseguenza, degli Stati Uniti. La guerra afghana ha coperto le gravi responsabilità di Washington. Anche con la connivenza del sistema mediatico mondiale, che ha lavorato per dimostrare la «bontà» del conflitto. Diamo spazio a una voce libera, forte e preparata che non teme di parlare «contro». Non per partito preso, ma prove alla mano. Giulietto Chiesa, già corrispondente da Mosca per il quotidiano La Stampa, è un nome importante del giornalismo italiano. Ma la serata, organizzata a Torino dalla «Scuola per l’alternativa», ha avuto un successo oltre ogni aspettativa, con un pubblico debordante e attentissimo. Al termine della conferenza abbiamo rivolto qualche domanda al giornalista e scrittore genovese. La guerra contro l’Afghanistan è vinta. Abbiamo vinto tutti? «Non abbiamo vinto niente, nel senso che gli obiettivi che erano stati proclamati, innanzitutto la cattura di Osama Bin Laden e del mullah Omar, non sono stati raggiunti, ma questi sono dettagli secondari_ Io credo che Bin Laden, prima o dopo, lo uccideranno. Il resto è completamente lasciato all’equilibrio delle potenze esterne all’Afghanistan , come è sempre accaduto. L’Afghanistan è sempre stato in guerra in questi anni (1), perché dall’esterno si è imposta la guerra: questo per varie ragioni. È vero che l’Afghanistan era divenuto un covo terroristico internazionale. È vero che Al Qaeda questo faceva; io ne sono testimone diretto; però non vi è il minimo dubbio che i taleban siano stati costruiti con l’aiuto diretto, senza equivoci, senza mediazioni, dei servizi segreti pakistani e di quelli arabo-sauditi. Ora, dato che non si può neanche lontanamente dubitare che i servizi segreti americani fossero a contatto diretto con i servizi segreti pakistani e arabo-sauditi, si giunge alla conclusione induttiva che la nascita del movimento dei taleban è avvenuto con il consenso degli Stati Uniti. Certo, la situazione gli si è rivoltata contro, ma loro l’hanno sfruttata il più possibile finché gli conveniva. Per esempio, Al Qaeda e Osama Bin Laden sono stati utilizzati per supportare i guerriglieri albanesi dell’UCK, che (come si sa bene) è stata armata e finanziata dagli statunitensi. Insomma, servivano per operazioni di sovversione e loro contavano di poterlo fare tecnicamente. Tutte le tesi secondo cui bisogna colpire l’Afghanistan per colpire il terrorismo sono tesi faziose, unilaterali, che nascondono la verità. La guerra afghana è stata una grande, drammatica, terribile cortina fumogena per nascondere le responsabilità degli Stati Uniti».
Quindi, se non ci fosse stato l’«Undici settembre», in Afghanistan nulla sarebbe cambiato? «Assolutamente no. Se non ci fosse stato l’11 settembre a costringere il presidente Bush a fare “qualcosa”, non è escluso che avrebbero addirittura provato a riutilizzare i taleban per fare passare attraverso l’Afghanistan il petrolio del Caspio. La californiana Unocal (il cui consulente principale è nientemeno che Henry Kissinger) e Delta Oil (di proprietà della famiglia reale saudita) hanno lavorato per questo fino al 1997-’98. Non ci sono riusciti, perché i russi hanno capito che questa era un’operazione contro di loro. Far passare il petrolio attraverso l’Afghanistan era anche un modo per dare un duro colpo alla presenza russa, privandola del controllo sulla regione e di importanti royalties. I russi hanno reagito ed hanno finanziato i tagiki del nord, riuscendo così a fermare l’avanzata dei taleban, bloccandoli nella valle del Panshir, oggettivamente inconquistabile. Una operazione, quella dei tagiki, che i russi oggi possono spendere all’interno del nuovo governo afghano. Certo la Russia esce malconcia da questa guerra, dato che molte ex repubbliche sovietiche ora si possono considerare come colonie americane. Ci sarà pace in Afghanistan? Alla domanda si può rispondere dicendo che dovrà reggere una politica di equilibrio tra Usa, Russia, Pakistan ed Iran».
È una guerra keynesiana? (2) «La linea americana della totale deregulation del mercato non funziona più. Allora, un neokeynesismo di guerra può essere la soluzione. Duecento miliardi di dollari da investire in campo militare (3), possono rimettere in piedi le grandi compagnie industriali e la finanza americana. In questo modo è possibile rilanciare anche la new economy, bisognosa di investimenti in campo altamente tecnologico. Sicuramente gli Stati Uniti otterranno un risultato: un vallo enorme in campo tecnologico con il resto del mondo. Nessuno potrà competere con gli Usa nel settore della tecnologia fra dieci anni. Forse solo la Cina. La guerra serve anche a questo».
Informazione, disinformazione, non informazione: quale aspetto principale in questi mesi di guerra? «Io direi soprattutto disinformazione. In questa guerra hanno contato di più i “B52” dell’informazione mondiale che non i “B52” veri. Questa guerra, come quella del Kosovo, non ci sarebbe stata se non esistesse un mondo mediatico totalmente al servizio degli Stati Uniti. Se non ci fosse stata una formidabile virtualizzazione di tutto quello che sta accadendo. A partire dall’11 settembre. Da questo momento in poi possiamo dire che il sistema informativo mondiale sarà l’arma numero uno di tutte le guerre future. Porto ancora un esempio: dopo la presa di Kabul i giornali, le televisioni ci hanno bombardato con la notizia che in Afghanistan le donne si erano tolte il burqa e gli uomini tagliati le barbe. Falso, completamente falso. Le donne non potranno togliersi il burqa per molto tempo ancora. Perché è una tradizione culturale vecchia di secoli, voluta dagli uomini, anche dai mujaheddin. Addirittura comica poi la storia delle barbe. In Afghanistan la barba è un importante indicatore di chi si è: la barba indica l’età, il ceto sociale, la ricchezza, la povertà, l’istruzione, a quale etnia si appartiene. È evidente quindi che in questo caso, oltre a fare una violenza all’informazione, si è fatta violenza alla cultura di un popolo. Perché queste grossolane bugie? Per far vedere allo spettatore occidentale la “bontà” della “guerra giusta”? Allora io mi domando: se ci hanno mentito su questi aspetti d’immagine cosa sarà allora delle questioni serie?».
Può esistere un’informazione indipendente dal basso, come, ad esempio, fanno Indymedia o le Voci dell’Italietta? (4) «Tutto può essere utile a creare menti indipendenti. Io però non sono dell’opinione che la controinformazione di per sé sia sufficiente. Anzi potrebbe essere pericolosa quanto un’illusione. Perché se resta tale, essa si sarà ritagliata soltanto uno spazio di autonomia: una specie di “riserva indiana” assediata, nella quale si potrà dire tutto. Tutti coloro che hanno a cuore la democrazia, il pluralismo, che hanno capito cosa sta accadendo devono affrontare il problema di un’organizzazione per il controllo democratico. Sarà un percorso molto difficile ma indispensabile. Come? Ci sono tanti modi diversi: moltiplicando i centri studi, facendo controinformazione, manifestando il dissenso, mobilitando gli intellettuali ed i giornalisti nauseati da questa informazione. Dobbiamo investire il sistema mediatico con una pressione costante, coinvolgendo le reti dei consumatori o del consumo equo e solidale. In poche parole, organizzando delle lobby di pressione, nelle quali convergano realtà diverse e dove nessuno dia ordini, ma vi sia un solo fine chiaro per tutti».
Come sta reagendo il mondo cattolico in questo momento? «Il mondo cattolico è attualmente una delle realtà più vive in Italia. Io lo incontro ovunque durante i miei spostamenti per il paese. Sono cadute tutte le barriere ideologiche, non esiste una situazione che escluda qualcuno. Credo che la vitalità intellettuale del mondo cattolico sia una delle novità più interessanti, e in una prospettiva di rinascita esso sia decisivo».
Il piccolo consumatore occidentale cosa può fare in questo momento storico? «Il cittadino consumatore può incominciare a consumare in modo alternativo e critico. Noi non abbiamo avuto, in Italia, un’esperienza come quella degli Stati Uniti, nella quale gruppi di pressione (che possono pure sembrare marginali) hanno creato molti problemi alle imprese multinazionali che dettano legge nella nostra vita quotidiana. Gli americani hanno dimostrato che soggetti apparentemente inattaccabili, se sottoposti a controllo popolare, tramite il consumo critico, risultano molto più vincolati verso le questioni democratiche ed ambientali. Io non sono assolutamente contro il capitalismo. Semplicemente sono per una civiltà: la civiltà degli uomini. Può esistere una civiltà degli uomini con questo capitalismo che vìola i diritti e che è all’origine della minaccia della democrazia? Perché non unirsi alla sfida di un grande movimento come quello di Porto Alegre, un movimento che accerchia il sistema in maniera imprevedibile e pacifica, facendo prevalere un’altra scala di valori? La parola d’ordine di Porto Alegre quest’anno (5) era: “Un altro mondo è in costruzione” ed è questo che dobbiamo fare».
Note: (1) Sulla guerra in Afghanistan si veda il dossier pubblicato nel numero di febbraio 2002. (2) Il termine «keynesiano» deriva da J.M.Keynes, economista inglese (1883-1946), che sostenne la necessità dell’intervento pubblico nell’economia per incentivare lo sviluppo. (3) Le analisi riconoscono che l’attuale ripresa dell’economia statunitense è trainata dalle industrie collegate (direttamente o indirettamente) agli eventi bellici. (4) Il sito internet di Indymedia: - www.indymedia.org (5) Sul convegno di Porto Alegre si veda il dossier pubblicato nel numero di aprile 2002.
Su pressione degli Stati Uniti Mary Robinson licenziata (senza giusta causa) Un riquadrino sul quotidiano «La Repubblica». I media europei hanno ignorato quella che, a buon diritto, si può considerare una delle notizie più inquietanti, a livello mondiale, di questo già inquietante 2002. Mary Robinson non ripresenterà la propria candidatura alla carica di responsabile dell’«United Nations High Commissioner for Human Rights» (UNHCHR), l’Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani. Normale avvicendamento? Stress? È bene ricordare chi sia Mary Robinson e soprattutto cosa abbia fatto nella vita. Irlandese, avvocato, ha coperto la carica di presidente della Repubblica d’Irlanda dal 1990 al 1997, anno in cui è stata chiamata a presiedere l’UNHCHR. Dal giorno della nomina Mary Robinson ha iniziato a battersi (con campagne di pressione e denuncia) contro le gravi violazioni dei diritti umani in moltissimi paesi del mondo. Ad esempio, in Sierra Leone e in Congo, dove i signori della guerra erano colpevoli d’atrocità verso la popolazione civile. E poi ancora le fortissime pressioni sul governo russo, accusato di portare avanti, nel silenzio assoluto, una furiosa guerra etnica in Cecenia; i richiami per il rispetto dei diritti umani in Cina; le denunce di violenze e torture durante le elezioni presidenziali del 1999 in Messico; le critiche al governo colombiano, colluso con le squadracce di paramilitari che scorrazzano impunemente per il paese. Luoghi lontani, problemi lontani, dei quali in fretta si perdono le tracce nel tourbillon di notizie da cui tutti i giorni lo spettatore occidentale viene sommerso. Ma dichiarazioni di fuoco Mary Robinson non le ha usate solo verso paesi sostanzialmente «innocui», ma anche nei confronti di «pesi massimi», quali Stati Uniti ed Israele. Dissenso e condanna verso gli Stati Uniti, che con le nuove leggi antiterrorismo volute da Bush sarebbero autorizzati a prelevare segretamente qualsiasi cittadino del mondo e, una volta portato in territorio USA (inclusa una nave), a processarlo ed eventualmente condannarlo a morte senza appello; e poi ancora uno scontro con il governo statunitense, quando Mary Robinson ha richiesto la cessazione dei bombardamenti sull’Afghanistan, causa di innumerevoli vittime fra i civili. Da ricordare, inoltre, i problemi sorti durante la Conferenza mondiale contro il razzismo, svoltasi a Durban in Sud Africa nel settembre 2001 ed organizzata dall’UNHCHR con la presenza di 160 paesi. Nelle bozze del testo da usare come piattaforma programmatica Israele veniva definito, senza giri di parole, come un paese «razzista colpevole di atti di genocidio nei confronti del popolo palestinese». Nel medesimo documento si definiva la schiavitù come «crimine contro l’umanità» e si chiedeva agli stati occidentali, in particolare ai membri del G7 «plasmati da secoli di razzismo», di riconoscere le proprie colpe e di scusarsene. La sdegnata reazione da parte di Israele e Stati Uniti (ovvero il boicottaggio dei lavori, definito deplorevole dallo stesso Kofy Annan, segretario generale dell’Onu) ha portato all’annacquamento del documento finale, con i paragrafi scomodi semplicemente cancellati. «Sarò la voce delle vittime», disse nel 1997 appena nominata responsabile dell’UNHCHR. Ed ora Mary Robinson, voce dei senza voce, paga il conto. «Non mi aspetto di avere rapporti facili con i governi. Questo fa parte del mio mestiere. Un ruolo difficile che richiede un approccio globale, perché deve mantenere un equilibrio non solo tra le diverse regioni del mondo, ma anche nei rapporti con i governi, con i quali bisogna lavorare senza però aver paura di denunciare, quando necessario, le violazioni dei diritti umani. È una delle sfide del mio mandato, ma ricompensa grandemente della fatica», disse ai giornalisti che la intervistarono nel 1997 quando vinse il premio «Europeo dell’Anno». Oggi gli Stati Uniti, facendo pressione direttamente sul segretario generale Kofi Annan, hanno ottenuto la non-riconferma della Robinson, attraverso la formula della «rinuncia volontaria» (!). Una sconfitta per tutti, non solo per la signora Mary Robinson. Ma.Pa.
Sfogliando s'impara... da «La rabbia e l'orgoglio» «Lo scontro tra noi e loro» ... lo scontro tra noi [non musulmani] e loro [musulmani] non è militare. È culturale, è religioso, e le nostre vittorie militari non risolvono l'offensiva del terrorismo... Il peggio, per noi, deve ancora arrivare: ecco la verità. E la verità non sta necessariamente nel mezzo. A volte sta da una parte sola... ... vogliamo farlo questo discorso su ciò che chiami Contrasto-fra-le-Due-Culture?... A me dà fastidio persino parlare di due culture: metterle sullo stesso piano... Perché dietro alla nostra civiltà c'è Omero... c'è l'antica Roma... c'è un rivoluzionario, quel Cristo morto in croce che ci ha insegnato (e pazienza se non lo abbiamo imparato) il concetto dell'amore e della giustizia. C'è anche una Chiesa... ... dimmi: dietro l'altra cultura, la cultura dei barbuti con la sottana e il turbante, che c'è? Boh! Cerca cerca, io non ci trovo che Maometto con il suo Corano e Averroè... Dacché i figli di Allah hanno semidistrutto New York, gli esperti dell'Islam non fanno altro che cantarmi le lodi di Maometto... Ma in nome della logica: se questo Corano è tanto giusto e fraterno e pacifico, come la mettiamo con la storia dell'Occhio-per-Occhio-e-Dente-per Dente? Come la mettiamo con la faccenda del chador anzi del burkah?... Come la mettiamo con la poligamia e col principio che le donne debbano contare meno dei cammelli?... Come la mettiamo con la storia delle adultere lapidate o decapitate?... Io non vado a rizzare tende a La Mecca. Non vado a cantare Paternostri e Ave Marie dinanzi alla tomba di Maometto. Non vado a fare pipì sui marmi delle loro moschee. Tanto meno a farci la cacca... E mentre l'immagine dei due grattacieli distrutti [di New York] si mischia all'immagine dei due Buddha ammazzati [in Afghanistan], ora vedo anche quella, non apocalittica ma per me simbolica, della gran tenda con cui due estati fa i mussulmani [sic] somali (paese in gran dimestichezza con Bin Laden, la Somalia, ricordi?) sfregiarono e smerdarono e oltraggiarono per tre mesi e mezzo piazza del Duomo a Firenze. La mia città... Avrà notato, signor cavaliere [Berlusconi], che io non Le rinfaccio la Sua ricchezza... Io non Le rinfaccio neanche il particolare di possedere tre canali televisivi... No, no: la colpa che Le rinfaccio è un'altra. Eccola. Ho letto che sia pure in modo grezzo e inadeguato Lei mi ha, ahimé, preceduto sulla difesa della cultura occidentale. Ma appena le cicale di lusso Le sono saltate alla gola, razzista-razzista, ha fatto marcia indietro. Ha parlato o lasciato parlare di «gaffe». Ha umilmente offerto ai figli di Allah le Sue scuse. Ha inghiottito l'affronto del loro rifiuto. Ha subìto senza fiatare le ipocrite rampogne dei Suoi colleghi europei nonché la scapaccionata di Blair. Insomma s'è preso paura... Ammenoché, signor cavaliere, Lei non si sia rimangiato la giusta difesa della nostra cultura... Oriana Fallaci, «La rabbia e l’orgoglio», Rizzoli, Milano 2001, passim |
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