Kenia: A margine delle elezioni nazionali

Il solito vincitore

Dopo mesi di attesa, sono finalmente arrivate le elezioni nel paese africano, un tempo uno dei più vicini all'Occidente per la sua stabilità. Ma le cose sono cambiate e lo scontato vincitore promette pochi cambiamenti in meglio. Se di mezzo vi sono corruzione e tribalismo... è difficile vedere il bene della gente. Un vero peccato!

"Mtoto wa siasa" (Bambino della politica)
Il 4 gennaio scorso lo Standard (quotidiano del Kenya) usciva con un titolo a caratteri cubitali: "Arap Moi is the poll winner". È lui, ancora lui, sempre lui il vincitore delle elezioni del dicembre scorso. Si sperava in un cambiamento. Qualche vescovo l'aveva detto pubblicamente che sarebbe stato un bene cambiare. Il partito del Kanu è al potere dall'indipendenza. Sono passati ormai 34 anni. Ci vuole sangue fresco, nuovo, giovane. La chiesa cattolica, con altri organismi, ha mandato ben 24 mila osservatori alle elezioni. Il loro giudizio ha senz'altro fatto piacere a Moi. Ci sono stati, è vero, disguidi, disorganizzazione, ritardi e intimidazioni, ma il verdetto riflette sostanzialmente la voce del popolo: si vuole continuare con Moi. Per lui ha votato poco più del 40% dei votanti (quasi 2,5 milioni di voti sui 10 milioni circa di aventi diritto). Mwai Kibaki, il primo dei candidati di un'opposizione molto divisa, ha avuto poco più del 31%, circa 1,9 milioni di voti. Dopo di lui vengono tutti gli altri candidati presidenziali, ben 15. Raila Odinga e Ngilu hanno avuto buone percentuali nelle loro regioni di origine.

Altri candidati presidenziali, invece, non ce l'hanno fatta neppure ad entrare in parlamento. Shikukuu, un vecchio politicante demagogo, nei comizi elettorali aveva dichiarato che, dopo essere stato per molti anni detenuto politico, aveva il diritto di essere eletto presidente; forse credeva che la presidenza fosse una medaglia al valore da appuntare sul petto. La Mathai, una ecologista molto apprezzata nel paese per il suo lavoro e per lo sforzo di riforestazione, forse avrebbe fatto meglio a non mirare troppo in alto. Nella sua constituency (collegio elettorale) di Tetu ha avuto meno di 1.000 voti su più di 35.000 votanti. Meno ancora ne ha avuti Koigi Wamwero, un cappellone, detenuto politico, liberato poco prima delle elezioni; forse credeva che l'aureola del martirio l'avesse reso più popolare. Ha avuto poche centinaia di voti e non ce l'ha fatta a farsi eleggere deputato. Aveva dichiarato che, una volta eletto, si sarebbe fatto tagliare i capelli. Potrà lasciarli tranquillamente crescere: continuerà, così, a manifestare la sua opposizione contro Moi. Così dovremo ancora continuare a godercelo per altri 5 anni.

La foto di Moi è in tutti i negozi, uffici, locali pubblici e sulle banconote. Per ora si salvano solo le chiese... Così ci guarda sempre dall'alto, veglia su di noi. Ma invecchia anche lui. Ha ormai 73 anni. Nelle foto degli ultimi tempi appare con gli occhi sbarrati, tutto bianco, con il bastone del comando in mano. Sì, i kenyani glielo hanno ridato. Anche se, per la prima volta nella sua constituency, qualcuno ha avuto il coraggio di presentarsi contro di lui. Ufficialmente Moi l'ha incoraggiato a sentirsi libero di farsi propaganda, a girare tra la gente cercando voti. Peccato però che i giovani del partito del presidente abbiano fatto di tutto per impedire a questo "intruso" di presentare la sua candidatura. Nei giorni della campagna elettorale, poi, hanno cercato di bruciargli il negozio. Il poverino deve aver capito la lezione. Ha fatto pochissima propaganda. Il risultato sono stati quei 200 voti che l'avversario è riuscito a togliere al presidente. È chiaro quindi che, neppure nella sua constituency, non tutti sono per il "padre e padrone della patria". In genere i candidati dell'opposizione non hanno avuto il coraggio di competere nella zona del presidente. C'era libertà, ma la prudenza non è mai troppa.

A 73 anni, Moi avrebbe diritto alla pensione, a giocare con i nipotini, come ha dichiarato ultimamente. Invece, chiamato dal popolo, continuerà a servire il paese. Ma è un servizio un po' speciale e interessato. Vuole che la gente senta che è lui il rais, il gran capo. E quando qualcuno lo chiama dittatore (ci vuole del coraggio a farlo!) respinge sdegnosamente l'accusa. Deve essersi pentito molte volte del cambio della costituzione, approvata nel 1992: un presidente può servire solo 2 periodi di 5 anni. Quindi, nel 2002, non potrà più ripresentarsi. Ora gli è impossibile cambiare la costituzione. Ci vogliono i voti dei 2/3 del parlamento. Alle elezioni l'opposizione ha ottenuto un centinaio di seggi su 210. Potrà contare su 12 parlamentari. Moi, questa volta (contrariamente al 1992) dovrà nominarne metà dell'opposizione. Il suo potere è stato un po' limitato.

Nel paese c'è molto social unrest (disordine sociale). Dopo uno sciopero di due settimane, a ottobre, i maestri hanno avuto un aumento del salario del 200% in 5 anni. Sembra però che il governo non abbia soldi per pagare. Al principio di gennaio si sono riaperte le scuole, ma i maestri minacciano altri scioperi, perché quanto fu loro promesso non è stato ancora pagato. Da poco più di un mese le infermiere sono in sciopero. Gli ospedali governativi sono chiusi. I malati? Vanno nelle cliniche private, dove pagano fior di quattrini. Chi non può ha la libertà di morire. E così i ricchi (i padroni di queste cliniche) fanno soldi sulle spalle dei più poveri, sulle loro piaghe. Le infermiere sono state licenziate in blocco dal presidente. Ma si dovrà riprenderle. Un paese civile non può fare a meno degli ospedali. Probabilmente hanno visto che i maestri hanno ottenuto moltissimo. Chiedono altrettanto. E i soldi non ci sono.

Non basta certo stamparne degli altri. Il pericolo ora è di una grossa svalutazione della moneta. Sarebbe un disastro. La rielezione di Moi non favorisce affatto l'arrivo di capitali stranieri. Nel discorso inaugurale il presidente ha ribadito la sua lotta alla corruzione. È l'ennesima promessa. Chi ci crede ancora? O non può fare niente, o non vuole. Sarà il tempo a dircelo. C'è lo scandalo della Goldenberg, dove sono spariti nel nulla miliardi di scellini (uno scellino vale poco più di 30 lire). Sembra che ci siano implicati dei pezzi molto grossi. L'unica preoccupazione del governo (fino ad ora) è stata quella di insabbiare tutto. Ma il Fondo monetario internazionale se n'è accorto: più nessun aiuto al Kenya, finché il paese continuerà in questa situazione! Tornando alle elezioni, ci sono alcune riflessioni che sono obbligatorie.
 

  1. Il Kanu ha dimostrato di essere l'unico partito a diffusione nazionale. Nessun altro, neppure quello di Mwai Kibaki, ha presentato candidati in tutte le costituencies. È forse anche questione di fondi. Ma non solo questo. Molti candidati d'opposizione hanno paura di presentarsi in certe zone dove il Kanu la fa da padrone. Bisogna dire che, ad onore del vero, la campagna del Kanu è stata ben organizzata ed ha coperto tutto il territorio.
  2. Moi ritorna al potere, ma con le ali un po' "tarpate". Molti suoi ministri (alcuni potenti, come Kamotho, ministro dell'educazione; Makau, dell'informazione; Mulinge, della sanità; Angatia, Ngiya...) non sono stati rieletti. A fine anno ci sono stati dei cambiamenti nella costituzione, ma questo non è più possibile, neppure per un presidente onnipotente o quasi. Moi conserva il potere, ma dovrà scegliersi uomini nuovi. Chi sceglierà? C'è attesa nel paese di vedere la nuova lista dei ministri. Il Kanu, che alle elezioni si è presentato unito, in realtà è molto diviso. C'è Biwott che va tenuto d'occhio: sembra la corruzione personificata. Molti lo accusano di essere l'uccisore del ministro degli esteri, Ouko, nel 1989. Era contro la corruzione e Biwott non ha visto niente di meglio che liberarsene personalmente. Certo è che, dopo quasi 10 anni, questo omicidio sembra sempre più avvolto nel mistero. Sono venuti dei poliziotti inglesi... ma Biwott non hanno potuto avvicinarlo. Sembra più che mai assetato di soldi e potere. Ce la farà a succedere a Moi? Per fare questo, deve superare molti altri, che non hanno alcuna intenzione di lasciarsi pestare i piedi. Moi continua a nominarlo ministro. Perché? È davvero con lui o semplicemente non ne può fare a meno? Ma, allora, chi comanda veramente?
  3. Il fatto che ci siano stati ben 15 candidati presidenziali dimostra che c'è grande ambizione, sete di potere. Molti di essi erano illustri sconosciuti, anche nella loro zona di origine. Lo dimostra che un buon numero di loro non sia neppure riuscito ad entrare in parlamento. La stragrande maggioranza dei candidati non aveva, quindi, un piano di governo, di sviluppo. Molte promesse, molte parole. Cosa avrebbero fatto in realtà? C'è molta sete di potere e soldi.
  4. Il dio quattrino è troppo importante. Alla fine della scorsa legislatura, il deputato di Mwea, il vescovo protestante Allan Njeru, è passato dall'opposizione al Kanu. Sentiva che la gente non era più con lui. Meglio cambiare bandiera e ricevere un bel gruzzolo di soldi. E quanti, nella trascorsa legislatura, hanno fatto come lui! Tutti che passavano dall'opposizione al Kanu. Ciò che li attirava era il facile e abbondante guadagno che sarebbero riusciti a intascare. L'opposizione non li attirava, perché non ha soldi da offrire. Questi personaggi, così pronti a mutare bandiera, sono stati puniti dall'elettorato. Nelle nominations si è assistito a uno spettacolo disgustoso. Molti di quelli che non ce l'hanno fatta in un partito, cambiavano bandiera, proprio come si cambia la camicia, pur di potersi presentare come candidati, sperando naturalmente di essere eletti. Questo può capitare solo quando manca un programma ben chiaro di partito... Allora si è pronti a prendere anche l'ultimo arrivato, senza guardarlo in faccia, pur di presentare qualcuno. L'ex ministro Njiru, famoso anche lui per la corruzione, espulso qualche anno fa dal Kanu, si è presentato nel Kirinyaga in un partito dell'opposizione. E questo non fa onore all'opposizione.
  5. La gente è veramente pronta a votare? Un esempio, riguardante la North Eastern Province, la più povera: poche centinaia di migliaia di persone su un territorio immenso; musulmani, di origine somala, spesso pastori nomadi. Mancano strade, manca ogni infrastruttura. C'è molto banditismo. Nelle ultime settimane sono morte quasi 300 persone di una malattia ancora misteriosa... Il governo non fa niente o quasi. Eppure tutta questa popolazione ha scelto compatta Moi.
  6. Le cifre parlano chiaro. Unita, l'opposizione si sarebbe facilmente sbarazzata di Moi, ma la sete di potere è stata tale e tanta che i candidati si sono fatti la guerra tra di loro. Un unico candidato presidenziale dell'opposizione avrebbe avuto almeno il 60% dei voti. Per unirsi, però, qualcuno deve cedere. Ma chi? Meglio primo in Gallia che secondo a Roma!
  7. Il fatto forse più preoccupante è che l'opposizione ha dimostrato il suo carattere tribale. Il presidente Moi si è sempre opposto al multipartitismo. L'ha accettato solo nel 1992, dietro pressione internazionale. Motivo: in Africa il multipartitismo favorisce il tribalismo. I critici dicevano (e a ragione) che, con un partito unico, Moi avrebbe sempre continuato a trionfare e non c'era possibilità di cambiare, se lui stesso non avesse deciso di dare le dimissioni. Questo è vero. Ma è vero anche che Moi aveva ragione: lo hanno dimostrato le elezioni. Mwai Kibaki ha avuto percentuali altissime nella Central Province (da cui proviene), a Nairobi (per via dei molti kikuyu), nella Eastern Province. Altrove però, sulla costa, nell'Ovest, è un illustre sconosciuto o quasi. Raila, dell'etnia luo, ha percentuali altissime nel Nyanza, terra dei luo, ma in alcune delle 8 province non arriva neppure all'1%. Sconosciuto! Lo stesso per Wamalwa che, nella sua Western Province, ha avuto quasi il 50%; ma altrove chi lo vota? Idem per Ngilu, una donna capace, che in una società maschilista come quella kenyana, ha avuto il coraggio di presentarsi candidata alla presidenza. Ha avuto un buon successo personale nella sua Eastern Province. Il tribalismo è veramente preoccupante. I kikuyu e i luo, che sono stati i primi nella lotta per l'indipendenza, hanno rigettato Moi, ma oggi sono fuori dalle leve del potere. Accetteranno questa esclusione? Fino a quando? Moi ha trionfato. Forse è ancora il male minore. Ma dove sta andando questo paese? Ombre oscure si stagliano all'orizzonte.
IL POPOLO HA SCELTO, PERÒ...

Un coordinatore di osservatori elettorali

Sono in Kenya da poco tempo. Però questo non mi ha impedito di trovarmi in "situazioni eccezionali". Ad esempio: nell'agosto 1997 la nostra parrocchia di Likoni ospitò 3.500 persone, rifugiatesi nella missione per sfuggire la banda assassina che terrorizzava la zona uccidendo, bruciando le case, finché le forze dell'ordine ripresero il controllo della situazione. Ma l'emergenza è durata tre mesi.

Intanto eravamo vicini alle elezioni di fine-dicembre. Tutto andava per il meglio: non c'erano più fatti di violenza; la gente ritornava alle proprie case e riparava porte, finestre e tetti distrutti. Si respirava un desiderio di pace nelle attività dei campi, nei piccoli chioschi lungo la strada. I soliti pessimisti si aspettavano tafferugli elettorali, ma non ci sono stati. Qualche chiassosa manifestazione, sì, ma niente di più. Seguivo le vicende delle elezioni tramite i giornali e la televisione. Era la prima volta che partecipavo a tale fase politica del Kenya ed ero contento di apprenderne i meccanismi, osservando tutto con un certo distacco. La politica non è il mio forte. Però... sorpresa! A mia insaputa, il responsabile diocesano della Commissione "giustizia e pace" mi aveva nominato coordinatore degli osservatori elettorali per il distretto di Likoni: non avevo ricevuto la lettera che mi notificava la nomina.

A cose fatte, bisognava darsi da fare perché le elezioni erano ormai vicine. Per il distretto di Likoni furono predisposti 16 seggi elettorali, con 90 osservatori sotto l'egida di tre organizzazioni: "Institute for Education in Democracy" (Ied), "Catholic Justice and Peace Commission" (Cjpc) e "National Council of Churches of Kenya" (Ncck). Questi movimenti avevano indetto insieme dei corsi, per preparare i volontari ad essere osservatori oculati ed imparziali. Complessivamente 28.126 osservatori furono impiegati nei 210 distretti elettorali della nazione. E arrivò il fatidico 29 dicembre, il giorno delle elezioni del presidente, dei membri del parlamento e degli amministratori locali. Tutto era da compiersi in quell'unico giorno, dalle 6 del mattino alle 6 di sera. I miei volontari erano ai loro posti di controllo molto prima dell'apertura dei seggi, con cappello e maglietta recanti i simboli delle organizzazioni Ied, Cjpc, Ncck, con i documenti in regola che li accreditava presso le autorità locali come osservatori ufficiali. C'erano membri della parrocchia di Likoni, cristiani di altre confessioni e anche un gruppo di musulmani, tutti ben motivati. "Osservarono" tutto con impegno ammirevole. Mi servo delle relazioni scritte degli osservatori per puntualizzare alcuni aspetti.

  1. Protagonista è stato il popolo, che ha partecipato in massa, mai come prima, alle elezioni; paziente, ordinato, in lunghe file, sotto il sole cocente di Mombasa o le pioggie improvvise e brevi, ognuno ha atteso il suo turno per esprimere con il voto il desiderio di miglioramento per se stesso e la nazione. Nel distretto di Likoni, teatro alcuni mesi fa di tanta violenza, tutto si è svolto nell'ordine. E sì che la gente avrebbe avuto di che lamentarsi e ribellarsi! Ma ha sopportato le manchevolezze altrui con spirito civico e forte determinazione: votare bene, votare in pace, votare a tutti i costi.
  2. I dati forniti dalla Commissione elettorale mostrano che ha votato il 65-85% degli aventi diritto. Nel distretto di Baringo North ha votato il 96.4%. Con tanta voglia di democrazia c'è da ben sperare per il futuro politico di questa nazione.
  3. Ha fatto alquanto cilecca l'organizzazione nei 13 mila seggi elettorali. Non erano, certo, pronti alle 6 del mattino ad accogliere i votanti. In alcuni casi le schede non furono consegnate in tempo o in numero adeguato; in altri casi le urne non arrivarono in tempo. A Likoni il ritardo massimo è stato di circa tre ore. In altre parti della nazione i ritardi furono più vistosi, tali da indurre la Commissione elettorale a concedere uno o due giorni "extra", per consentire alla gente di votare. Ogni addetto ai lavori ha scusato se stesso per le inadempienze, ricordando le strade impraticabili a causa della pioggia, la non sufficiente disponibilità di veicoli per trasportare materiale e personale. Ragioni vere o false, rimane chiara l'indicazione delle lacune organizzative. Il popolo kenyano meritava di più e meglio.
  4. Dalla disorganizzazione si passa a possibili imbrogli elettorali o, perlomeno, al dubbio che ci siano stati. Rimane il sospetto che certi ritardi nel consegnare le schede o le urne siano stati architettati di proposito. Provarlo è difficile, ma non è detto che non lo si faccia. Alcuni sconfitti puntano il dito su possibili colpevoli e stanno intentando delle cause giudiziarie per invalidare le elezioni.
  5. Nonostante gli aspetti negativi, il popolo ha fatto le sue scelte in libertà. Questa è la posizione ufficiale delle tre organizzazioni, Ied, Cjpc, Ncck, che hanno esaminato le relazioni ricevute dai loro osservatori. Tutti rilevano le deficienze organizzative (ed anche la possibilità di qualche broglio elettorale), ma tali elementi non inficiano la validità complessiva delle scelte fatte.
Passate le elezioni, è tempo di riprendere la vita normale. Poiché il cittadino ha espresso le sue scelte, il governo faccia ora la sua parte e assicuri una crescita positiva nei vari settori della vita nazionale. C'è il problema delle riforme costituzionali, affinché il pluralismo democratico si esprima di più e meglio. Ci sono le infrastrutture, inadeguate per un popolo che si apre alle tecnologie nuove: strade, rete telefonica, energia elettrica, rete idrica... C'è il grave problema della corruzione, che intacca il "modis operandi" a tutti i livelli: un problema già denunciato da organismi internazionali e oggi ammesso sia dal presidente Moi sia dai suoi oppositori. È guerra dichiarata alla corruzione: l'organismo anti-corruzione, deciso da Moi, dovrebbe portare il paese a liberarsi da questa piaga disonorevole, che obbliga il cittadino a pagare "kitu kidogo" (bustarella), richiesto dalle consuetudini malsane degli agenti governativi. I tanti problemi sono stati tutti messi nel cassetto durante le elezioni, quando i politicanti promettevano mari e monti per accattivarsi il benvolere degli elettori. Ora la gente vuole vedere i cambiamenti positivi auspicati. Se son rose fioriranno. Se sono spine, Dio ce ne scampi e liberi!

Raffaello Lombardo

SCONTRI E TENSIONI:"FERMATE IL GENOCIDIO!"

Dopo le elezioni, sono riprese le tensioni in Kenya. Sale il numero delle vittime delle "violenze etniche" nelle regioni di Laikipia, Njoro e Maua Narok, mentre si scatena la rabbia della popolazione delle aree coinvolte di fronte all'inerzia del governo e della polizia. Sono 84 i kikuyu uccisi (65 secondo la polizia), circa 40 i ricoverati in condizioni critiche (Nakuru), 20 i dispersi, circa 700 abitazioni bruciate o distrutte. Il panico sta quasi paralizzando i centri di Molo, Kericho e Nakuru, dove, il 28 gennaio scorso, gruppi di residenti hanno eretto barricate sulle vie di accesso alle città: i negozi sono rimasti chiusi; i guidatori di "matatu" (mezzi pubblici popolari, superaffollati) hanno indetto uno sciopero di protesta. Gli attacchi nelle aree rurali terrorizzano la popolazione, che sta riversandosi sulle città: circa 2 mila residenti di Matanya (Laikipia District) si sono rifugiati a Nanyuki (presso una stazione di polizia e un dispensario retto da missionari), in seguito alla notizia dell'arrivo di "stranieri" armati. A Rumuruti sono coinvolti anche i missionari della Consolata. Intanto si fanno sempre più pressanti le richieste dai leaders dell'opposizione, del clero e delle organizzazioni internazionali, affinché il governo fermi i massacri e dimostri che non è coinvolto negli atti criminali: si chiede la rimozione di quattro ministri (Ntimana, Lotodo, Kipkalya e Biwott), accusati di aver istigato rivalità etniche. Il 28 gennaio i 19 vescovi cattolici, con la dichiarazione "In nome di Dio, fermate il genocidio", incitano il presidente Moi a porre fine immediatamente ai massacri e adempiere la sua promessa elettorale di unificare il paese. Incontrando i giornalisti, il vescovo John Njue, presidente della Conferenza episcopale, ha rivolto un appello al presidente affinché "rispetti e accetti la sconfitta elettorale in determinate aree del paese"; inoltre ha espresso sconcerto per il silenzio del presidente durante questa "catastrofe nazionale", in cui ci si sarebbe aspettato almeno le condoglianze per le famiglie delle vittime. "Nessun governo ha mai vinto, nel passato, una guerra contro il suo stesso popolo" ha detto l'arcivescovo Ndingi, mentre il vescovo Kirima ha ribadito il carattere etnico di questi massacri, che hanno come obiettivo la comunità dei kikuyu e sono da considerarsi un genocidio.

MISNA (Agenzia d'informazione missionaria - Roma)
 

BUON COMPLEANNO, NAIROBI!

Cent'anni: 1897-1997. Non sono molti per una città. Auguri, Nairobi, e buon compleanno! Sorgi proprio dove, fino a un secolo fa, c'erano steppe e praterie, regno incontrastato di animali selvatici. Su questo altipiano, a 1.500 metri di altezza, i costruttori della ferrovia Mombasa-Uganda (giunti nel 1899) avevano pensato di collocare un grande deposito di materiale da costruzione. I commercianti, poi, sono subito arrivati ad aprire i loro piccoli negozi. Ricordi? Non dovevano essere molto diversi da quelli che si trovano anche oggi in molte parti della città. Sai incredibilmente unire, in un solo spazio, zone residenziali che darebbero lustro a molte città europee o americane con le baraccopoli, che non hanno niente da "invidiare" alle più povere città del terzo mondo. Tu sai accogliere chiese cristiane, moschee, templi indù. Nelle tue strade centrali si incontrano, fra i turisti, persone provenienti dalle più lontane parti del mondo. Certo, il fatto che le Nazioni Unite abbiano aperto qui il loro centro per l'ambiente, ha contribuito molto alla tua internazionalità. Questa gente impara a vivere l'una accanto all'altra, rispettandosi, ma non riuscendo a fondersi in una nuova cultura. Alimenti i sogni dorati di schiere innumerevoli di giovani: un posto da segretario e scribacchino, o almeno un lavoro qualunque, pur di poter sbarcare il lunario. Sogni spesso infranti da una realtà crudele. Ragazze finite sul marciapiede, giovani criminali, perché bisogna pur mettere qualcosa sotto i denti. È vero che, se hai fatto la fortuna di molti, per moltissimi sei stata una rovina completa. Stavano senz'altro meglio nel loro villaggio d'origine. Ma, una volta in città, come tornare indietro? Sarebbe uno smacco, un fallimento! Tutti questi immigrati ti hanno fatto crescere a dismisura, fino a scoppiare. Così troppi devono accontentarsi di quartieri senza luce, acqua, fogne, strade, scuole, dispensari. A te hanno guardato anche molte congregazioni religiose. In certi quartieri (come Langata) case di formazione, noviziati, seminari... sono decine e decine. E tutte con un solo scopo: formare personale per questa giovane chiesa. Perché possa inculturarsi. Cent'anni. Come città sei giovane, ma già mostri alcune rughe. La ruga degli slums (baraccopoli) con i troppi abitanti che vivono in condizioni disumane e degradanti. La ruga dei ragazzi di strada, che stanno aumentando. Troppe mamme non si preoccupano dei figli che hanno messo al mondo. Troppi uomini abbandonano la moglie o l'amica, una volta incinta (quando non riescono a farla abortire). E questi bambini di tutte le età girano per le strade del centro, chiedendo l'elemosina. Se questa non arriva, sono pronti a passare ad altri mezzi. La ruga delle strade. Eccettuate forse quelle del centro, le altre sono orribili. Sembrano fatte apposta per rovinare le macchine e dare così lavoro ai molti garages stile africano... Potrei ancora elencare altre rughe. Lasciamo perdere! Che cosa farai in futuro? Permetterai che queste rughe ti deformino sempre di più, fino a perdere la tua primitiva bellezza, o saprai riscattarti, riprenderti, ripulirti, rifarti il volto? Quale faccia vuoi fare prevalere? Quella occidentale? Quella da terzo mondo? A te la scelta. Una scelta difficile e dolorosa. Buon compleanno, Nairobi!

Lorenzo Lamberti

© Missioni Consolata 1998