Kenia: A
margine delle elezioni nazionali
Il solito vincitoreDopo mesi di attesa, sono finalmente arrivate le elezioni nel paese africano, un tempo uno dei più vicini all'Occidente per la sua stabilità. Ma le cose sono cambiate e lo scontato vincitore promette pochi cambiamenti in meglio. Se di mezzo vi sono corruzione e tribalismo... è difficile vedere il bene della gente. Un vero peccato!"Mtoto wa siasa" (Bambino della politica) |
| Il
4 gennaio scorso lo Standard (quotidiano del Kenya) usciva con un titolo
a caratteri cubitali: "Arap Moi is the poll winner". È lui,
ancora lui, sempre lui il vincitore delle elezioni del dicembre scorso.
Si sperava in un cambiamento. Qualche vescovo l'aveva detto
pubblicamente che sarebbe stato un bene cambiare. Il partito del Kanu è
al potere dall'indipendenza. Sono passati ormai 34 anni. Ci vuole sangue
fresco, nuovo, giovane. La chiesa cattolica, con altri organismi, ha
mandato ben 24 mila osservatori alle elezioni. Il loro giudizio ha
senz'altro fatto piacere a Moi. Ci sono stati, è vero, disguidi,
disorganizzazione, ritardi e intimidazioni, ma il verdetto riflette
sostanzialmente la voce del popolo: si vuole continuare con Moi. Per lui
ha votato poco più del 40% dei votanti (quasi 2,5 milioni di voti sui
10 milioni circa di aventi diritto). Mwai Kibaki, il primo dei candidati
di un'opposizione molto divisa, ha avuto poco più del 31%, circa 1,9
milioni di voti. Dopo di lui vengono tutti gli altri candidati
presidenziali, ben 15. Raila Odinga e Ngilu hanno avuto buone
percentuali nelle loro regioni di origine.
Altri candidati presidenziali, invece, non ce l'hanno fatta neppure ad entrare in parlamento. Shikukuu, un vecchio politicante demagogo, nei comizi elettorali aveva dichiarato che, dopo essere stato per molti anni detenuto politico, aveva il diritto di essere eletto presidente; forse credeva che la presidenza fosse una medaglia al valore da appuntare sul petto. La Mathai, una ecologista molto apprezzata nel paese per il suo lavoro e per lo sforzo di riforestazione, forse avrebbe fatto meglio a non mirare troppo in alto. Nella sua constituency (collegio elettorale) di Tetu ha avuto meno di 1.000 voti su più di 35.000 votanti. Meno ancora ne ha avuti Koigi Wamwero, un cappellone, detenuto politico, liberato poco prima delle elezioni; forse credeva che l'aureola del martirio l'avesse reso più popolare. Ha avuto poche centinaia di voti e non ce l'ha fatta a farsi eleggere deputato. Aveva dichiarato che, una volta eletto, si sarebbe fatto tagliare i capelli. Potrà lasciarli tranquillamente crescere: continuerà, così, a manifestare la sua opposizione contro Moi. Così dovremo ancora continuare a godercelo per altri 5 anni. La foto di Moi è in tutti i negozi, uffici, locali pubblici e sulle banconote. Per ora si salvano solo le chiese... Così ci guarda sempre dall'alto, veglia su di noi. Ma invecchia anche lui. Ha ormai 73 anni. Nelle foto degli ultimi tempi appare con gli occhi sbarrati, tutto bianco, con il bastone del comando in mano. Sì, i kenyani glielo hanno ridato. Anche se, per la prima volta nella sua constituency, qualcuno ha avuto il coraggio di presentarsi contro di lui. Ufficialmente Moi l'ha incoraggiato a sentirsi libero di farsi propaganda, a girare tra la gente cercando voti. Peccato però che i giovani del partito del presidente abbiano fatto di tutto per impedire a questo "intruso" di presentare la sua candidatura. Nei giorni della campagna elettorale, poi, hanno cercato di bruciargli il negozio. Il poverino deve aver capito la lezione. Ha fatto pochissima propaganda. Il risultato sono stati quei 200 voti che l'avversario è riuscito a togliere al presidente. È chiaro quindi che, neppure nella sua constituency, non tutti sono per il "padre e padrone della patria". In genere i candidati dell'opposizione non hanno avuto il coraggio di competere nella zona del presidente. C'era libertà, ma la prudenza non è mai troppa. A 73 anni, Moi avrebbe diritto alla pensione, a giocare con i nipotini, come ha dichiarato ultimamente. Invece, chiamato dal popolo, continuerà a servire il paese. Ma è un servizio un po' speciale e interessato. Vuole che la gente senta che è lui il rais, il gran capo. E quando qualcuno lo chiama dittatore (ci vuole del coraggio a farlo!) respinge sdegnosamente l'accusa. Deve essersi pentito molte volte del cambio della costituzione, approvata nel 1992: un presidente può servire solo 2 periodi di 5 anni. Quindi, nel 2002, non potrà più ripresentarsi. Ora gli è impossibile cambiare la costituzione. Ci vogliono i voti dei 2/3 del parlamento. Alle elezioni l'opposizione ha ottenuto un centinaio di seggi su 210. Potrà contare su 12 parlamentari. Moi, questa volta (contrariamente al 1992) dovrà nominarne metà dell'opposizione. Il suo potere è stato un po' limitato. Nel paese c'è molto social unrest (disordine sociale). Dopo uno sciopero di due settimane, a ottobre, i maestri hanno avuto un aumento del salario del 200% in 5 anni. Sembra però che il governo non abbia soldi per pagare. Al principio di gennaio si sono riaperte le scuole, ma i maestri minacciano altri scioperi, perché quanto fu loro promesso non è stato ancora pagato. Da poco più di un mese le infermiere sono in sciopero. Gli ospedali governativi sono chiusi. I malati? Vanno nelle cliniche private, dove pagano fior di quattrini. Chi non può ha la libertà di morire. E così i ricchi (i padroni di queste cliniche) fanno soldi sulle spalle dei più poveri, sulle loro piaghe. Le infermiere sono state licenziate in blocco dal presidente. Ma si dovrà riprenderle. Un paese civile non può fare a meno degli ospedali. Probabilmente hanno visto che i maestri hanno ottenuto moltissimo. Chiedono altrettanto. E i soldi non ci sono. Non basta certo stamparne degli altri.
Il pericolo ora è di una grossa svalutazione della moneta. Sarebbe un
disastro. La rielezione di Moi non favorisce affatto l'arrivo di
capitali stranieri. Nel discorso inaugurale il presidente ha ribadito la
sua lotta alla corruzione. È l'ennesima promessa. Chi ci crede ancora?
O non può fare niente, o non vuole. Sarà il tempo a dircelo. C'è lo
scandalo della Goldenberg, dove sono spariti nel nulla miliardi di
scellini (uno scellino vale poco più di 30 lire). Sembra che ci siano
implicati dei pezzi molto grossi. L'unica preoccupazione del governo
(fino ad ora) è stata quella di insabbiare tutto. Ma il Fondo monetario
internazionale se n'è accorto: più nessun aiuto al Kenya, finché il
paese continuerà in questa situazione! Tornando alle elezioni, ci sono
alcune riflessioni che sono obbligatorie.
Un coordinatore di osservatori elettorali Sono in Kenya da poco tempo. Però questo non mi ha impedito di trovarmi in "situazioni eccezionali". Ad esempio: nell'agosto 1997 la nostra parrocchia di Likoni ospitò 3.500 persone, rifugiatesi nella missione per sfuggire la banda assassina che terrorizzava la zona uccidendo, bruciando le case, finché le forze dell'ordine ripresero il controllo della situazione. Ma l'emergenza è durata tre mesi. Intanto eravamo vicini alle elezioni di fine-dicembre. Tutto andava per il meglio: non c'erano più fatti di violenza; la gente ritornava alle proprie case e riparava porte, finestre e tetti distrutti. Si respirava un desiderio di pace nelle attività dei campi, nei piccoli chioschi lungo la strada. I soliti pessimisti si aspettavano tafferugli elettorali, ma non ci sono stati. Qualche chiassosa manifestazione, sì, ma niente di più. Seguivo le vicende delle elezioni tramite i giornali e la televisione. Era la prima volta che partecipavo a tale fase politica del Kenya ed ero contento di apprenderne i meccanismi, osservando tutto con un certo distacco. La politica non è il mio forte. Però... sorpresa! A mia insaputa, il responsabile diocesano della Commissione "giustizia e pace" mi aveva nominato coordinatore degli osservatori elettorali per il distretto di Likoni: non avevo ricevuto la lettera che mi notificava la nomina. A cose fatte, bisognava darsi da fare perché le elezioni erano ormai vicine. Per il distretto di Likoni furono predisposti 16 seggi elettorali, con 90 osservatori sotto l'egida di tre organizzazioni: "Institute for Education in Democracy" (Ied), "Catholic Justice and Peace Commission" (Cjpc) e "National Council of Churches of Kenya" (Ncck). Questi movimenti avevano indetto insieme dei corsi, per preparare i volontari ad essere osservatori oculati ed imparziali. Complessivamente 28.126 osservatori furono impiegati nei 210 distretti elettorali della nazione. E arrivò il fatidico 29 dicembre, il giorno delle elezioni del presidente, dei membri del parlamento e degli amministratori locali. Tutto era da compiersi in quell'unico giorno, dalle 6 del mattino alle 6 di sera. I miei volontari erano ai loro posti di controllo molto prima dell'apertura dei seggi, con cappello e maglietta recanti i simboli delle organizzazioni Ied, Cjpc, Ncck, con i documenti in regola che li accreditava presso le autorità locali come osservatori ufficiali. C'erano membri della parrocchia di Likoni, cristiani di altre confessioni e anche un gruppo di musulmani, tutti ben motivati. "Osservarono" tutto con impegno ammirevole. Mi servo delle relazioni scritte degli osservatori per puntualizzare alcuni aspetti.
Raffaello Lombardo SCONTRI E TENSIONI:"FERMATE IL GENOCIDIO!" Dopo le elezioni, sono riprese le tensioni in Kenya. Sale il numero delle vittime delle "violenze etniche" nelle regioni di Laikipia, Njoro e Maua Narok, mentre si scatena la rabbia della popolazione delle aree coinvolte di fronte all'inerzia del governo e della polizia. Sono 84 i kikuyu uccisi (65 secondo la polizia), circa 40 i ricoverati in condizioni critiche (Nakuru), 20 i dispersi, circa 700 abitazioni bruciate o distrutte. Il panico sta quasi paralizzando i centri di Molo, Kericho e Nakuru, dove, il 28 gennaio scorso, gruppi di residenti hanno eretto barricate sulle vie di accesso alle città: i negozi sono rimasti chiusi; i guidatori di "matatu" (mezzi pubblici popolari, superaffollati) hanno indetto uno sciopero di protesta. Gli attacchi nelle aree rurali terrorizzano la popolazione, che sta riversandosi sulle città: circa 2 mila residenti di Matanya (Laikipia District) si sono rifugiati a Nanyuki (presso una stazione di polizia e un dispensario retto da missionari), in seguito alla notizia dell'arrivo di "stranieri" armati. A Rumuruti sono coinvolti anche i missionari della Consolata. Intanto si fanno sempre più pressanti le richieste dai leaders dell'opposizione, del clero e delle organizzazioni internazionali, affinché il governo fermi i massacri e dimostri che non è coinvolto negli atti criminali: si chiede la rimozione di quattro ministri (Ntimana, Lotodo, Kipkalya e Biwott), accusati di aver istigato rivalità etniche. Il 28 gennaio i 19 vescovi cattolici, con la dichiarazione "In nome di Dio, fermate il genocidio", incitano il presidente Moi a porre fine immediatamente ai massacri e adempiere la sua promessa elettorale di unificare il paese. Incontrando i giornalisti, il vescovo John Njue, presidente della Conferenza episcopale, ha rivolto un appello al presidente affinché "rispetti e accetti la sconfitta elettorale in determinate aree del paese"; inoltre ha espresso sconcerto per il silenzio del presidente durante questa "catastrofe nazionale", in cui ci si sarebbe aspettato almeno le condoglianze per le famiglie delle vittime. "Nessun governo ha mai vinto, nel passato, una guerra contro il suo stesso popolo" ha detto l'arcivescovo Ndingi, mentre il vescovo Kirima ha ribadito il carattere etnico di questi massacri, che hanno come obiettivo la comunità dei kikuyu e sono da considerarsi un genocidio. MISNA (Agenzia d'informazione
missionaria - Roma) BUON COMPLEANNO, NAIROBI! Cent'anni: 1897-1997. Non sono molti per una città. Auguri, Nairobi, e buon compleanno! Sorgi proprio dove, fino a un secolo fa, c'erano steppe e praterie, regno incontrastato di animali selvatici. Su questo altipiano, a 1.500 metri di altezza, i costruttori della ferrovia Mombasa-Uganda (giunti nel 1899) avevano pensato di collocare un grande deposito di materiale da costruzione. I commercianti, poi, sono subito arrivati ad aprire i loro piccoli negozi. Ricordi? Non dovevano essere molto diversi da quelli che si trovano anche oggi in molte parti della città. Sai incredibilmente unire, in un solo spazio, zone residenziali che darebbero lustro a molte città europee o americane con le baraccopoli, che non hanno niente da "invidiare" alle più povere città del terzo mondo. Tu sai accogliere chiese cristiane, moschee, templi indù. Nelle tue strade centrali si incontrano, fra i turisti, persone provenienti dalle più lontane parti del mondo. Certo, il fatto che le Nazioni Unite abbiano aperto qui il loro centro per l'ambiente, ha contribuito molto alla tua internazionalità. Questa gente impara a vivere l'una accanto all'altra, rispettandosi, ma non riuscendo a fondersi in una nuova cultura. Alimenti i sogni dorati di schiere innumerevoli di giovani: un posto da segretario e scribacchino, o almeno un lavoro qualunque, pur di poter sbarcare il lunario. Sogni spesso infranti da una realtà crudele. Ragazze finite sul marciapiede, giovani criminali, perché bisogna pur mettere qualcosa sotto i denti. È vero che, se hai fatto la fortuna di molti, per moltissimi sei stata una rovina completa. Stavano senz'altro meglio nel loro villaggio d'origine. Ma, una volta in città, come tornare indietro? Sarebbe uno smacco, un fallimento! Tutti questi immigrati ti hanno fatto crescere a dismisura, fino a scoppiare. Così troppi devono accontentarsi di quartieri senza luce, acqua, fogne, strade, scuole, dispensari. A te hanno guardato anche molte congregazioni religiose. In certi quartieri (come Langata) case di formazione, noviziati, seminari... sono decine e decine. E tutte con un solo scopo: formare personale per questa giovane chiesa. Perché possa inculturarsi. Cent'anni. Come città sei giovane, ma già mostri alcune rughe. La ruga degli slums (baraccopoli) con i troppi abitanti che vivono in condizioni disumane e degradanti. La ruga dei ragazzi di strada, che stanno aumentando. Troppe mamme non si preoccupano dei figli che hanno messo al mondo. Troppi uomini abbandonano la moglie o l'amica, una volta incinta (quando non riescono a farla abortire). E questi bambini di tutte le età girano per le strade del centro, chiedendo l'elemosina. Se questa non arriva, sono pronti a passare ad altri mezzi. La ruga delle strade. Eccettuate forse quelle del centro, le altre sono orribili. Sembrano fatte apposta per rovinare le macchine e dare così lavoro ai molti garages stile africano... Potrei ancora elencare altre rughe. Lasciamo perdere! Che cosa farai in futuro? Permetterai che queste rughe ti deformino sempre di più, fino a perdere la tua primitiva bellezza, o saprai riscattarti, riprenderti, ripulirti, rifarti il volto? Quale faccia vuoi fare prevalere? Quella occidentale? Quella da terzo mondo? A te la scelta. Una scelta difficile e dolorosa. Buon compleanno, Nairobi! Lorenzo Lamberti |
| © Missioni Consolata 1998 |