Kurdistan
: la diaspora di un popolo senza amici
La speranza non abita più qui.Vivono tra Turchia, Iran, Iraq, Siria, ex Urss. Costretti alla miseria, spesso oggetto di persecuzioni, i kurdi hanno smesso di sognare una loro nazione. Oggi il principale obiettivo è di raggiungere l'Europa (in particolare Germania, Olanda, Svezia e Finlandia). Per raggiungere questo scopo, sono disposti a pagare migliaia di dollari alle organizzazioni mafiose e a sopportare (con donne e bambini al seguito) viaggi pericolosi ed estenuanti. Ma, come se non bastassero i problemi oggettivi, i kurdi sono divisi anche tra loro, soprattutto nel Kurdistan iracheno, dove la lotta si è trasformata in una cruenta guerra civile. Quelle che seguono sono le riflessioni e i ricordi di una iraniana (che con i kurdi ha vissuto) e di un kurdo dell'Iraq.Farideh Behazin |
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nei miei ricordi e penso ai kurdi e al Kurdistan. Ho cinque anni e mi
trovo nella regione del Kurdistan iraniano. Per la prima volta vedo un
territorio completamente diverso dal mio paese nativo; sono lontana dal
mare e mi trovo in una zona montuosa con un popolo che non parla la mia
lingua, non si veste, non canta e non balla come me. Per fortuna,
abbiamo un idioma in comune che ci unisce e ci aiuta a comprenderci: il
persiano. Vado a scuola e il mio maestro kurdo mi insegna a scrivere e
leggere il persiano. Ho amici e mi diverto a giocare con loro nel
giardino del capo del villaggio. Amo il preside della scuola, che è
figlio del capo del villaggio: è così affettuoso e gentile con me.
Sono la sua preferita, sono la prima in classe e la bambina più
coccolata: forse mi vede un po' spaesata e, per mettermi a mio agio, mi
dedica più attenzione. Sono trascorsi alcuni mesi e ora riesco a capire
e parlare un po' di kurdo. Ormai mi sento quasi una kurda; desidero
avere vestiti lunghi e colorati come le mie compagne di scuola, per
sentirmi completamente uguale a loro. Mi promettono di farmi fare un
vestito kurdo. Non ho avuto il tempo di ricevere quel vestito tanto
desiderato. Debbo tornare a casa, alla mia città nativa. La difficile
condizione di vita, dovuta al lento sviluppo socio-economico, ci ha
costretto a lasciare questa terra. La permanenza nel Kurdistan è durata
meno di quello che si prevedeva.
LE FURBIZIE DELLO SCIÀ Dieci anni dopo, ritorno in zona kurda. Questa volta sono nella regione di Kermanshah. Non c'è più la miseria che avevo vissuto nel mio primo viaggio. Non vedo più strade sterrate e case fatte con materiali poveri. La gente vive in modo discreto. La zona è occupata dai militari che sorvegliano i confini con l'Iraq. Sono persone di origine persiana, azera... C'è una convivenza pacifica tra i locali e altri popoli iranici immigrati per motivi di lavoro nella zona kurda. Conoscere questa parte dell'Iran mi entusiasma. Non mi sento di essere fuori casa: in fondo tutti siamo iraniani e viviamo in Iran, se anche proveniamo da regioni diverse. Viaggio in questa regione per conoscerla di più. Scopro le bellezze del territorio, ma non mi rendo conto, ancora, della situazione in cui vivono i kurdi. Finito la vacanza, ritorno alla mia città. Passano diversi mesi e vengo a sapere dai mass-media che sono stati espulsi centinaia di kurdi di origine iraniana dal Kurdistan iracheno. La televisione non fa altro che parlare di questa massa disperata che chiede aiuto al regime iraniano. È l'occasione giusta per il governo dello scià di dimostrarsi democratico e rispettoso dei diritti umani, mettendo in ombra la sua politica di repressione. Viene subito organizzato un viaggio per lo scià in zona kurda, in modo che sia lui in persona a ricevere questa gente disperata, promettendo loro tutti i mezzi necessari per inserirsi nella società iraniana e condurre una vita normale. È la prima volta che vengo a conoscenza dei problemi del popolo kurdo e delle vessazioni cui è sottoposto in diversi stati. Passano altri anni, ma la mia conoscenza sulla storia kurda rimane sempre limitatissima. I GAS DI SADDAM Per motivi di studio, lascio il mio paese per l'Italia. Qui comincio a conoscere altri studenti kurdi di origine iraniana, irachena e turca. È qui che riesco ad approfondire le mie conoscenze. Faccio parte di un gruppo musicale kurdo e, con esso, partecipo a manifestazioni musicali a livello europeo, che hanno l'obiettivo di portare il problema kurdo all'attenzione del vecchio continente. È un periodo di studio, di lotta e di contrapposizione pacifica con i regimi oppressori. Passano un paio di anni "tranquilli". Fino al 1985, quando vedo la disperazione dei miei amici kurdi iracheni. Halabja, la città kurda irachena, è stata bombardata con armi chimiche dal regime di Saddam Hussein. Ci sono tanti morti; i sopravvissuti scappano verso i confini dell'Iran. Vengono perse le tracce di molti di loro; c'è il sospetto di cattura con l'accusa di spionaggio nel territorio iraniano. I miei amici vivono momenti di angoscia, di sofferenza e di attesa. Non hanno notizie della loro famiglia, che hanno perso in Iran. Ancora oggi, dopo tanti anni, non si hanno notizie di molti dispersi. Anche l'intervento della Croce rossa per la ricerca degli scomparsi è stato senza esito. Con il calmarsi della situazione, parte degli "emigrati" fa ritorno alle sue case. Ma il malessere ha radici molto profonde. Il fuoco cova sotto le ceneri. Intanto i partiti politici kurdi portano avanti, senza tanto clamore a livello internazionale, la loro lotta contro i regimi locali. L'unico partito che adotta una politica di tipo guerrigliero-terroristico è il "Partito dei lavoratori del Kurdistan" (Pkk) di Abdallah Ochalan, in Turchia. LA GUERRA DEL GOLFO In Europa la situazione è abbastanza tranquilla. I paesi europei, senza tanti scrupoli, vendono armi camuffate da pezzi di elettrodomestici al regime iracheno. Mentre Iran, Turchia e Siria si procurano armi senza problemi. Non si parla più del problema kurdo; persino i kurdi residenti in Europa non sono più attivi come una volta. Pare un momento di pace. Quando, all'improvviso, nel 1991 scoppia la guerra del Golfo, riproponendo in modo tragico la questione del popolo kurdo. Il regime di Baghdad usa di nuovo bombe al napalm, fosforo e gas nervino contro la popolazione civile. Due milioni e mezzo dei kurdi si vedono costretti a lasciare le proprie case, per sfuggire alla feroce repressione. C'è un grande esodo verso i confini dell'Iran e della Turchia. Le grandi potenze creano una "zona cuscinetto" per i profughi nella regione dell'Iraq, confinante con la Turchia, garantendo la protezione. Di fronte a queste atrocità, i kurdi all'estero si organizzano: diventano portavoce in Occidente di un popolo sofferente. Mi sento di nuovo coinvolta. In Italia cerchiamo di costituire un coordinamento kurdo. Faccio parte della Comunità kurda e mi sforzo di dare, nel migliore dei modi, il mio contributo alla causa. Partecipo alle manifestazioni, organizzo con i miei amici kurdi diverse serate in Piemonte. L'obiettivo è quello di sensibilizzare la popolazione italiana, chiedendo un aiuto concreto. C'è una risposta abbastanza buona, sia a livello di medicinali e vestiti che a quello finanziario. Ci sono diversi gemellaggi tra città italiane e città kurde. Il problema kurdo torna a essere discusso. Il mio coinvolgimento, la partecipazione attiva alle vicende e la maggiore conoscenza dei partiti e degli attivisti kurdi mi convincono della difficile strada da percorrere per la conquista della libertà e dell'autonomia. Sono certa della impossibilità di formare uno stato kurdo. Le mie convinzioni si rafforzano con le vicende vissute dopo la guerra del Golfo. Infatti, in un momento critico come quello del 1991, mi sarei aspettata una grande unione tra tutte le forze progressiste kurde. Invece, con grande delusione, ho dovuto assistere all'interesse partitico che metteva in ombra la questione kurda. La forte competizione tra i gruppi politici e i contrasti tra i promotori del movimento hanno messo fine ad ogni programma di lavoro, avviato subito dopo la guerra del Golfo. Le persone attive si sono disperse nelle faccende quotidiane e la Comunità kurda, istituita nel 1991, dopo due anni è stata sciolta per incapacità di gestione e organizzazione dei lavori, ma anche per mancanza di persone disponibili. Mentre all'estero diminuisce l'interesse ad essere portavoce del popolo kurdo, nel Kurdistan iracheno interessi tribali frenano ogni successo politico sia a livello locale, sia a livello internazionale, indebolendo tutto il movimento. Ormai dai miei amici kurdi sento solo notizie poco incoraggianti per il popolo kurdo iracheno. Il Kurdistan iracheno sta infatti vivendo un periodo di guerra tra i partiti. Le due grandi forze politiche, cioè l'"Unione patriottica del Kurdistan" (Puk) e il "Partito democratico del Kurdistan-Iraq" (Pdk-I), si combattono senza esclusione di colpi. I conflitti politici tra i due leaders dell'opposizione, Jalal Talabani (Puk) e Massud Barzani (Pdk-I), hanno fatto deviare la direzione della lotta. Ormai, il nemico non è più il regime di Baghdad con la sua guardia nazionale, ma l'altro partito che fino a ieri rappresentava un alleato contro il regime di Saddam Hussein. Ai bombardamenti turchi e alle sanzioni attualmente in vigore contro il regime iracheno (che hanno effetti devastanti su tutta la popolazione civile e doppiamente su quella kurda) si sono aggiunti anche i contrasti tra i due capi. Lo scontro politico ha dato luogo a una battaglia accesissima, che ha provocato e provoca ancora oggi grandi perdite di forze combattive del movimento kurdo. Questa guerra futile ha già eliminato una parte di peshmerga (partigiani), provocando anche una sfiducia del popolo nei confronti dei due partiti. Ciò che non ha potuto fare il regime di Saddam Hussein, lo hanno fatto gli stessi kurdi. Non c'era niente di più pericoloso e controproducente di ciò che è accaduto alla resistenza kurda in questi ultimi anni. Se fino a ieri sono stati la comunità internazionale e Saddam Hussein a derubare la speranza di avere il diritto alla libertà e all'autodeterminazione, questa volta sono i politici kurdi a togliere ogni speranza al loro popolo. L'incapacità di collaborazione tra i diversi attori coinvolti è stato ed è il motivo più importante del fallimento del movimento kurdo. Sia nel Kurdistan iracheno che in quello turco, i leaders kurdi hanno dimostrato e dimostrano di essere incapaci di applicare il principio di mediazione tra i differenti interessi in gioco. Hanno dimostrato di non saper modificare regole e modi di intervento, in modo da raggiungere il comune obiettivo. La cultura tribale, nel caso iracheno, e l'odio profondo verso il regime al potere (insieme alla grande voglia di indipendenza), nel caso turco, hanno ostacolato fino ad oggi ogni possibilità di successo del movimento kurdo, spingendo la gente a fuggire. NON RESTA CHE LA FUGA La popolazione kurda, ormai consapevole della impossibilità di realizzare il proprio sogno e della difficoltà di trovare pace e benessere nella propria terra, sfiduciata nei confronti dei partiti che avrebbero dovuto rappresentarla, fugge con ogni mezzo verso i paesi europei. È la voglia di vivere e sopravvivere che obbliga a questa scelta dolorosa: resistere a turchi, arabi, iraniani o ai kurdi stessi che uccidono i propri fratelli... non è più possibile. I kurdi lasciano le loro case e città; si ammassano nei campi profughi dei paesi confinanti, ma anche qui non trovano la possibilità di vivere in pace, senza il terrore di essere bombardati. Per questo fuggire dalla persecuzione e dalla morte, in questo momento, vuol dire emigrare in Europa. La paura di subire altre atrocità è forte, ma non possono correre il rischio di rivivere o far rivivere ai propri figli il terrore del genocidio. Non possono fidarsi delle promesse fatte dalla comunità internazionale e dagli stati oppressori: troppe volte sono stati ingannati. Sono consapevoli che è ben poco probabile (se non pura utopia) che i governi occupanti siano disponibili a rinunciare ai loro interessi nelle zone kurde. Le politiche locali e quelle internazionali hanno poco interesse a cambiare la mappa geografica, almeno fino a quando nel Kurdistan ci sarà il petrolio. Perciò, niente illusioni: per ogni kurdo l'Occidente è oggi la meta da raggiungere. SCHEDA del Kurdistan, un paese che non c'è superficie (teorica): 500-550 mila kmq popolazione: 20/25 milioni, divisi tra Turchia (10-12 milioni), Iran (6 milioni), Iraq (4 milioni), Siria (1 milione), Armenia e Azerbaijan (500 mila); un milione di kurdi sono riparati all'estero (Germania soprattutto, e poi Olanda, Francia, Gran Bretagna, Svezia, Finlandia, Repubblica Ceca, Australia, Stati Uniti, Canada; in Italia sono circa 8 mila); le statistiche sono sempre incerte, perché i kurdi non vengono censiti come tali lingua: il kurdo, che è una lingua indoeuropea religioni: islam (80% sunniti,
20% sciiti) situazione: da mesi l'esodo verso l'Europa si è fatto consistente; nel Kurdistan iracheno è in atto una forte contrapposizione tra le due fazioni dell'"Unione patriottica del Kurdistan" di Jalal Talabani (sostenuto dall'Iran) e il "Partito democratico del Kurdistan" di Massud Barzani (appoggiato dall'Iraq e dalla Turchia); nel Kurdistan turco, invece, da anni è in corso una cruenta (e silenziosa) guerra civile tra le truppe turche e i guerriglieri del Pkk di cui è leader Abdallah Ochalan "OGNI VOTO, UN PROIETTILE" Quando gli stati "democratici" diventano terroristi. È soltanto dopo la Guerra del Golfo che l'opinione pubblica mondiale è venuta a conoscenza del genocidio del popolo kurdo. Dopo anni di colpevole silenzio, televisioni e giornali hanno "scoperto" il dramma di oltre 25 milioni di persone a cui era, ed è tuttora, negato il diritto di esistere come popolo. Durante la Guerra del Golfo migliaia di famiglie sono scappate dall'Iraq, per sfuggire a un ennesimo massacro da parte di Saddam Hussein. Hanno fatto il giro del mondo le immagini di donne e bambini costretti a camminare scalzi nella neve e nel fango, a lavarsi nei fiumi o a cercare disperatamente di acciuffare dagli elicotteri delle Nazioni Unite viveri e coperte. Certo gli aiuti umanitari sono stati importanti, ma i kurdi che cercavano allora di mettersi in salvo o quelli che adesso sbarcano sulle coste italiane non sono spinti da questioni economiche o dal desiderio di una vita più agiata: il Kurdistan è, infatti, una zona fertile e ricca di giacimenti petroliferi e materie prime. Basti pensare che alcune zone kurde (come quella di Kirkuk) forniscono il 75% del petrolio iracheno. I kurdi scappano dalla loro terra, perché a loro viene negato qualsiasi diritto, scappano dallo loro terra disseminata di mine anti-uomo di fabbricazione italiana, scappano perché i loro villaggi vengono rasi al suolo da carri armati prodotti in Germania, scappano... perché vogliono vivere. Occorre aggiungere che l'Italia, oltre al vergognoso commercio di mine anti-uomo, è tristemente famosa anche per la fornitura al regime iracheno di gas nervini, che uccidono in pochi minuti, senza dare il tempo di fuggire. Nel 1987 la città kurda di Halabja, a nord dell'Iraq, venne bombardata con armi chimiche causando la morte di 7 mila persone, in maggioranza donne e bambini. Se in Iraq la situazione è tragica, in Turchia, che si considera un paese democratico, fino al 1991 i kurdi non potevano parlare la loro lingua; anzi, il governo aveva diabolicamente trovato una soluzione alla questione, stabilendo semplicemente che i kurdi non esistevano e definendoli "turchi della montagna". Coloro che venivano sorpresi a parlare nella lingua proibita venivano multati o incarcerati. Attualmente, chi appartiene a un partito kurdo viene sottoposto a torture o condannato all'ergastolo. Si è calcolato che più del 90% dei prigionieri detenuti nelle carceri turche sono kurdi: per loro la vita da carcerati è una vera e propria lotta per la sopravvivenza. Chi resiste alle torture deve, infatti, riuscire a non morire di fame o di malattie. E con queste referenze la Turchia vorrebbe entrare a far parte dell'Unione Europea... Come in tutte le dittature, anche in Turchia i partiti dell'opposizione non hanno vita facile. Il governo turco ha dapprima dichiarato fuorilegge tutti i partiti kurdi perché avevano osato chiedere il riconoscimento dei loro diritti. Poi, li ha definiti "terroristi", come nel caso del Pkk, perché compivano azioni militari contro le postazioni militari sul territorio kurdo o contro coloro che appoggiavano la politica di sterminio del loro popolo. Se il Pkk è un gruppo terrorista, come può essere definita la Turchia quando compie rastrellamenti contro i civili e allaga villaggi, zone coltivate e boschi con la scusa di costruire alcune righe? Un altro caso che fece scalpore alcuni anni fa e che dà l'idea della tensione esistente in questo paese, è la dichiarazione che l'ex primo ministro, signora Tansu Çillar, fece in un'intervista rilasciata durante la sua campagna elettorale: "Ogni voto che mi darete, sarà un proiettile contro il Pkk". Anche in Iran la situazione è critica: il regime è riuscito ad annientare qualsiasi opposizione, specialmente in Kurdistan dove ha militarizzato il territorio, tenendolo in questo modo sotto stretto controllo. Inoltre, due segretari del Pdk (Partito democratico del Kurdistan iraniano) sono stati assassinati in Germania e Austria. Questi sono i fattori principali che costringono i kurdi della Turchia, dell'Iraq e dell'Iran a lasciare le proprie case, alla ricerca di democrazia e libertà. Tuttavia, il fatto che da circa un secolo i kurdi siano divisi in più stati, ha causato profonde divisioni anche tra loro stessi. Nel Kurdistan iracheno, ad esempio, i due principali partiti non sono riusciti a trovare una soluzione politica comune per amministrare la regione kurda, arrivando addirittura a usare la forza l'uno contro l'altro. A tutto vantaggio di coloro che vogliono che il Kurdistan continui a restare diviso. Dilan Hiwa (*) |
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